Giovedì 03 Giugno 2010 05:48
Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 30 maggio 2010
Oratore: Pastore Colin Dye
L’OBBEDIENZA DEL VANGELO
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Si è conclusa ieri sera la conferenza internazionale dal titolo: “Grandemente favoriti nell’amato Suo Figlio”, che quest’anno la nostra chiesa: “La Parola della Grazia” ha indetto in coincidenza col venticinquesimo anniversario della sua nascita, per celebrarlo nel miglior modo possibile. È stato un evento storico caratterizzato dall’eccellenza dei preparativi, dal valore spirituale delle predicazioni dei vari ministri intervenuti per l’occasione, dall’unzione della lode e da un’atmosfera gioiosa pur nella solennità del momento. Il tutto ha avuto lo scopo di esprimere al Signore una profonda gratitudine per le cose grandi che per la Sua grazia ha compiuto finora e che autorizzano a sognare cose ancor più grandi per il futuro.
Le tematiche trattate nelle varie sessioni dei tre giorni di conferenza, pur non discostandosi dal tema centrale della grazia di Dio, con la loro originalità hanno messo in luce come il Signore riveli la Sua Parola ai Suoi servi mostrando di essa aspetti sempre nuovi.
Oggi il pastore Colin Dye tratta il tema dell’obbedienza secondo il Vangelo, in risposta a quanti, nella convinzione che un Dio Santo esiga che anche l’uomo faccia qualcosa, si chiedono per quale motivo i predicatori parlano sempre della Sua grazia, ma non parlano mai dell’obbedienza che Egli vuole e non chiariscono cosa occorre fare.
2Tessalonicesi 1:3-12Noi siamo obbligati a rendere sempre grazie a Dio per voi, fratelli, come è ben giusto, perché la vostra fede cresce grandemente e l'amore di voi tutti individualmente abbonda l'un per l'altro, tanto che noi stessi ci gloriamo di voi nelle chiese di Dio, per la vostra perseveranza e fede in tutte le vostre persecuzioni ed afflizioni che sostenete. Questa è una dimostrazione del giusto giudizio di Dio, affinché siate ritenuti degni del regno di Dio per il quale anche soffrite, poiché è cosa giusta, da parte di Dio rendere afflizione a coloro che vi affliggono, e a voi, che siete afflitti, riposo con noi, quando il Signore Gesù Cristo apparirà dal cielo con gli angeli della sua potenza, in un fuoco fiammeggiante, per far vendetta di coloro che non conoscono Dio, e di coloro che non ubbidiscono all'evangelo del Signor nostro Gesù Cristo. Questi saranno puniti con la distruzione eterna, lontani dalla faccia del Signore e dalla gloria della sua potenza, quando egli verrà, in quel giorno, per essere glorificato nei suoi santi, per essere ammirato in mezzo a quelli che hanno creduto, poiché la nostra testimonianza presso di voi è stata creduta. Anche per questo noi preghiamo del continuo per voi, perché il nostro Dio vi ritenga degni di questa vocazione e compia con potenza ogni vostro buon proposito e l'opera della fede, affinché sia glorificato il nome del Signor nostro Gesù Cristo in voi e voi in lui, secondo la grazia del nostro Dio e del Signore Gesù Cristo.
In questo passo dell’epistola ai Tessalonicesi appare chiaro che Dio richiede l‘obbedienza e che la disobbedienza comporta delle conseguenze, ma visto che per Lui l’obbedienza è importante e che chi disobbedisce all’Evangelo subirà la condanna eterna, ci interessa comprendere cosa Egli intende per “obbedienza all’Evangelo”.
La parola “obbedienza” generalmente non è gradita a nessuno perché comporta dei doveri, ma da tutto il Nuovo Testamento si rileva che l’obbedienza al Vangelo non ha nulla a che vedere con l’obbedienza richiesta dalla legge.
La legge fu data dopo che il popolo d’Israele, liberato dalla schiavitù dell’Egitto grazie alla potenza di Dio, raggiunse il monte Sinai. Anche lì la potenza del Signore si manifestò col fuoco, con i fulmini, col fumo, tanto che il popolo si spaventò e intorno al monte Mosè pose dei limiti da non oltrepassare, per evitare che qualcuno, avvicinandosi troppo, morisse. Quindi salì sul monte, dove gli fu rivelata la Legge, poi discese per comunicarla al popolo e far conoscere le richieste del Signore.
Esodo 24:3 Mosè allora venne e riferì al popolo tutte le parole dell'Eterno e tutte le leggi. E tutto il popolo rispose a una sola voce e disse: «Noi faremo tutte le cose che l'Eterno ha detto».
Il popolo promise: “Noi faremo tutte le cose che l'Eterno ha detto”, ma non obbedì mai, anzi entrò nell’idolatria. La sua promessa risultò vana perché di fatto non era in grado di obbedire alla Legge di Dio.
Non accade la stessa cosa a noi? Non promettiamo a Dio: “Ti obbedirò” e poi piuttosto che obbedire a Lui facciamo ciò che piace a noi?
Il popolo non mantenne la promessa perché nessun uomo è in grado di adempiere la legge. Solo con l’avvento del Nuovo Testamento Dio mise in luce che il vero proposito della legge non era quello di rendere le persone giuste ai Suoi occhi, ma quello di mostrare loro il bisogno della Sua grazia.
Nell’epistola ai Romani l’apostolo Paolo spiega che la giustizia che Dio ha provveduto per noi e di cui si parla nel Vangelo non scaturisce dalla nostra obbedienza alla legge, né dalle opere che possiamo compiere per Dio, ma da quello che Egli ha compiuto per noi.
Romani 3:20 perché nessuna carne sarà giustificata davanti a lui per le opere della legge; mediante la legge infatti vi è la conoscenza del peccato.
In questo versetto si afferma che non possiamo ottenere la salvezza per mezzo delle nostre opere e che la legge è stata data solo al fine di renderci coscienti del nostro peccato e della nostra debolezza. In altri termini si afferma che se la nostra giustizia dovesse dipendere da ciò che facciamo noi, non potremmo mai apparire giusti agli occhi di Dio.
Alcuni dicono che chi predica la grazia parla male della legge, ma non è così, anzi essa viene innalzata per il proposito per cui è stata data: quello di mostrarci il nostro bisogno della grazia di Dio.
Il nemico, l’accusatore dei fratelli, usa la legge di Dio per incolparci di disobbedienza e per convincerci che meritiamo la condanna. Vuole farci credere che la legge è la Parola definitiva di Dio, che per noi non c’è speranza dato che non possiamo adempierla e che meritiamo l’inferno, ma dice il falso, perché la legge non è la Parola finale di Dio, essa ci porta a Gesù, ci mostra il nostro bisogno di Lui per essere salvati. La Scrittura dice che la legge è stata data attraverso Mosè, ma dice anche che la grazia e la verità sono venute in Cristo Gesù e che in Lui riceviamo grazia su grazia su grazia….
Da quanto detto risulta chiaro che nessuno può essere dichiarato giusto per le opere della legge. Ma allora, come si diviene giusti per Dio?
Galati 3:11 Poiché è manifesto che nessuno è giustificato mediante la legge davanti a Dio, perché: «Il giusto vivrà per la fede». 12 Ora la legge non proviene dalla fede, ma «l'uomo che farà queste cose vivrà per mezzo di esse».
La nostra giustizia non ha nulla a che fare con l’obbedienza alla legge, con le nostre buone opere, con i nostri sforzi e con quello che possiamo fare per essere accettati da Dio; per essere giusti c’è un solo mezzo: la fede. Giusti si diventa solo per fede!
In tal modo Dio stabilisce un contrasto tra l’obbedienza prevista dalla legge, che produce condanna e morte, e l’obbedienza che richiede nel Vangelo e che rende giusti: quella della fede in Cristo Gesù, che è vissuto per noi e che per noi è morto sulla croce, pagando al posto nostro e prendendo su di Sé la nostra condanna.
Da una parte c’è l’obbedienza alla legge, che finisce con un fallimento perché è la legge del peccato e della morte, dall’altra c’è l’obbedienza della fede, che porta vita.
Parlando di Abrahamo, che visse quattro secoli prima che fosse data la legge, l’apostolo Paolo dice che credette a Dio e che la sua fede gli fu imputata come giustizia (Gal. 3:6-7). Come per lui, che è il padre della fede, anche per noi la giustizia ha a che fare con la fede e non con la legge.
Molti credenti sanno di essere salvati per grazia mediante la fede e non in virtù delle loro opere, ma credono davvero che la loro giustizia proviene al 100% dal cielo e che neppure in minima parte dipende da loro? La salvezza è un dono di Dio e non dipende da noi neppure un po’, perché la giustizia di Cristo non deriva da ciò che facciamo o che faremo noi!
Se riponiamo la nostra fiducia in noi stessi finiremo col cadere in crisi, perché sappiamo di continuare a sbagliare.
Pietro confidava in se stesso, si considerava migliore degli altri ed era certo che non avrebbe mai tradito Gesù, il quale però lo avvertì: “Pietro, questa stessa notte, prima che il gallo canti, tu mi rinnegherai tre volte!». Pietro voleva davvero piacere a Dio e credeva che avrebbe potuto essere diverso, ma non aveva capito che qualunque cosa egli avesse fatto non avrebbe avuto valore e che solo Gesù avrebbe fatto qualcosa di valore immenso.
L’apostolo Paolo era stato un fariseo osservante di tutte le regole imposte dalla legge. Non era mai venuto meno all’obbedienza relativamente ai suoi dettami riguardo alla dieta, all’abbigliamento, alle decime e alle offerte, alle cerimonie e ai riti.
Successivamente scoprì che la giustizia che Dio richiede non ha nulla a che fare con le cose esteriori, ma ha a che fare col nostro cuore. Scoprì che mentre prima esteriormente obbediva alla legge, interiormente era agitato da passioni e da egoismo. Poi desiderò una sola cosa: essere trovato in Cristo Gesù non con la propria giustizia, ma con quella ricevuta in Cristo.
Nel momento in cui pensiamo di piacere a Dio con le nostre forze e ci fidiamo della nostra giustizia e dei nostri sforzi, ci poniamo sotto la legge e tutte le certezze vengono meno.
Nel giorno in cui ci troveremo alla presenza di Gesù, vorremo dipendere da quello che noi abbiamo fatto per Dio o da quello che Egli ha fatto per noi?
Se abbiamo la convinzione che la nostra giustizia dipenda da noi anche per un po’, faremo bene a preoccuparci di quel po’; se invece crediamo che dipende totalmente da Gesù, possiamo avere gioia, pace e sicurezza.
Se dunque l’obbedienza al Vangelo non ha nulla a che fare con l’obbedienza alla legge, qual è l’obbedienza che Dio ci chiede? Leggiamolo nel Vangelo di Giovanni.
Dopo che Gesù ebbe cibato molte migliaia di persone moltiplicando cinque pani, tutti si chiedevano chi fosse e Lo cercavano.
Giovanni 6:26 Gesù rispose loro e disse: «In verità, in verità vi dico che voi mi cercate non perché avete visto segni, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati.27 Adoperatevi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna, che il Figlio dell'uomo vidarà,…
Con queste parole Gesù stava per rivelare ciò che Dio richiede per dare vita, e alla domanda: «Che cosa dobbiamo fare per compiere le opere di Dio?»(v. 28) Gesù rispose e disse loro: «Questa è l'opera di Dio: che crediate in colui che egli ha mandato» (v. 29).
A chi ancor oggi ci pone questa domanda, dobbiamo essere pronti a dare la stessa risposta che diede Gesù.
Questa è l’obbedienza che Dio richiede: che si creda in Colui che Egli ha mandato.
Credere a Gesù equivale ad obbedire a Dio, non crederGli vuol dire disobbedirGli.
Nel giudicare il mondo, Dio si atterrà a questo criterio e il destino di ogni uomo dipende solo dal fatto che abbia creduto o meno.
Il messaggio della grazia non può essere mescolato con la legge. Per noi che crediamo, tutto è Cristo! Dobbiamo cibarci di Lui, dipendere da Lui e riporre in Lui tutta la nostra fiducia.
Gesù dice: Chi ascolta la mia parola e crede a colui che mi ha mandato, ha vita eterna, e non viene in giudizio, ma è passato dalla morte alla vita. (Gv. 5:24)
A Gesù piace una vita di fede, per questo dobbiamo camminare per fede, vivere per fede, crescere nella fede, portare frutti attraverso la fede e perseverare nella fede che opera nella giustizia di Dio. Quanto più guardiamo a Gesù, stiamo con Lui e abbiamo fede in Lui, tanto più piaceremo a Dio.
Egli gradisce i frutti di una vita ripiena di fede e ogni predicazione della Parola di Dio ha lo scopo di alimentare, cibare e accrescere la nostra fede per consentirci di portare frutto per il Signore. Questa è l’obbedienza al Vangelo!



