Lunedì 12 Ottobre 2009 14:22
Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 11 ottobre 2009
Oratore: Pastore Lirio Porrell0
I VIOLENTI S’IMPADRONISCONO DEL REGNO
Il suo regno non sarà mai distrutto e il suo dominio non avrà mai fine. Daniele 6:26
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Il ciclo di predicazioni sul Regno di Dio prosegue, poiché l’abbondanza di informazioni che la Bibbia ci dà su di esso e il grande valore che hanno per la vita cristiana, esigono adeguati approfondimenti.
Perché nel titolo di oggi si parla di violenza? Perché ne parla Gesù stesso, come vedremo in seguito, ma per comprendere bene di che si tratta occorre ripercorrere alcune fasi della storia del popolo d’Israele e tenere presente il suo parallelismo con la vita cristiana.
Dalla Scrittura apprendiamo che l’uscita degli Ebrei dall’Egitto prefigura la nostra salvezza e che il loro ingresso nella terra di Canaan prefigura la nostra entrata nel Regno di Dio; inoltre che le dure battaglie che essi dovettero affrontare per prendere possesso della terra promessa raffigurano quelle che noi siamo chiamati a combattere per entrare nel Regno di Dio.
Naturalmente la nostra non è una guerra fisica, condotta con armi naturali, ma con armi spirituali.
È importante conoscere gli eventi storici del popolo d’Israele, le sue attitudini e i suoi errori, perché ci offrono un prezioso patrimonio di insegnamenti, utile ai fini di una vita cristiana vittoriosa.
Sapere come agirono gli Ebrei dopo la prodigiosa liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e quanto gravi furono le conseguenze dei loro comportamenti, ci preserva dal commettere gli stessi errori.
Dio aveva dato a Mosé la visione di una terra ricca e benedetta in cui condurre il popolo e per Suo ordine Mosé inviò dodici spie ad esplorarla.
Numeri 13:21 Quelli dunque salirono e esplorarono il paese di Tsin fino a Rehob, entrando dalla parte di Hamath. 22 Salirono attraverso il Neghev e andarono fino a Hebron, dov'erano Ahiman, Sceshai e Talmai, discendenti di Anak. (Or Hebron era stata edificata sette anni prima di Tsoan in Egitto). 23 Giunsero quindi fino alla valle di Eshkol, dove tagliarono un tralcio con un grappolo d'uva, che portarono in due con una stanga; e presero anche delle melagrane e dei fichi. 24 Quel luogo fu chiamato valle di Eshkol, a motivo del grappolo d'uva che i figli d'Israele vi tagliarono.
Era una terra talmente fertile che per trasportare un solo grappolo d’uva lì raccolto, furono necessarie due persone e l’ausilio di una stanga, ma anziché entusiasmarsi nel vedere quei frutti e nel sentire la testimonianza di tanta abbondanza e ricchezza, il popolo non fece che mormorare contro Mosé e Aaronne.
Com’è possibile un simile comportamento?
La spiegazione sta nel fatto che gli Ebrei si trovavano in una fase di transizione: erano usciti dall’Egitto e si erano ritrovati nel deserto, costretti ad adattarsi a un nuovo modo di vivere che per certi versi era anche comodo, visto che non lavoravano, Dio provvedeva al loro sostentamento, gli abiti non si consumavano e le scarpe crescevano con i loro piedi, ma adesso si profilava un nuovo cambiamento di vita e i cambiamenti, si sa, mettono in crisi!
Sta di fatto che gli Israeliti, invece di gioire per le buone notizie, cominciarono a mormorare e a lamentarsi, diedero credito al resoconto negativo di dieci delle dodici spie, secondo cui gli abitanti di quella terra al loro confronto erano dei giganti, piuttosto che a quello di Giosuè e Caleb, che parlavano di una terra in cui scorreva latte e miele e che incoraggiavano ad avere fiducia in Dio e a procedere alla conquista.
La verità è che quando furono tratti fuori dall’Egitto, gli Ebrei non colsero il sogno e il progetto di Dio per la nazione d’Israele e pagarono a caro prezzo il rifiuto a conquistare quella terra, infatti vagarono nel deserto per quarant’anni, nel corso dei quali quella generazione perì senza vedere la terra promessa.
Le cose avvenute allora sul piano naturale, si ripropongono oggi su quello spirituale.
Come il popolo d’Israele non prestò fede al resoconto di Giosuè e Caleb e non volle avventurarsi in una guerra di conquista, così oggi non è facile coinvolgere le persone nelle conquiste spirituali e molti credenti preferiscono limitarsi alle prime cose che vedono e sperimentano, si ritengono appagati per avere ricevuto la caparra dell’eredità e non sono interessati ad averla tutta, perché temono i cambiamenti.
C’è chi viene toccato, gusta le primizie dello Spirito e i Suoi doni, ma quando si parla di consacrazione, di dedizione, di servizio, di cambiamento di abitudini personali e familiari, di entrare nel territorio dove Dio regna e di sottomettersi alla Sua sovranità, finge di non sentire e di non capire, fa resistenza e inizia a mormorare.
Qual è il motivo di tutto questo? La paura del nuovo e l’incredulità, le persone non si fidano di Dio ed hanno paura dei cambiamenti.
Dalle parole di Gesù si comprende che salvarsi ed entrare nel Regno sono due cose diverse: la prima si ottiene gratuitamente, la seconda dipende da noi, infatti come gli Israeliti dopo quarant’anni di deserto dovettero combattere contro i Cananei per impossessarsi della terra promessa, allo stesso modo noi non possiamo entrare nel Regno se non compiamo uno sforzo e non affrontiamo un violento conflitto.
Luca 16:16 La legge e i profeti arrivano fino a Giovanni; da allora in poi il regno di Dio è annunziato e ognuno si sforza di entrarvi.
Il pastore Lirio paragona lo sforzo di cui parla la Scrittura a quello che del ciclista che si trova in vista del traguardo, allorché è costretto a tirare fuori tutta la sua energia e a compiere l’ultimo spasmodico sforzo per effettuare la volata finale e raggiungere la linea di arrivo.
Il greco agonìzomai, che corrisponde all’italiano ‘sforzo’, vuol dire combattere duramente fino al sangue, agonizzare, e rende pienamente il senso del testo biblico. Ciò vuol dire che se vogliamo entrare nel Regno di Dio siamo costretti a compiere sforzi e ad affrontare battaglie, dato che inevitabilmente vedremo venirci incontro nemici armati e pronti ad attaccarci senza pietà.
Il Vangelo di Matteo presenta lo stesso tema, ma in modo diverso.
Matteo 11:12 E dai giorni di Giovanni Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti lo rapiscono.
Questo versetto afferma due cose che sembrano contrastare tra loro, ma sono vere entrambe. È vera la prima: “il regno dei cieli subisce violenza”, infatti sappiamo che ancor oggi predicare il Vangelo può costare la vita, perché annunciare il Regno di Dio attira la reazione dell’altro regno. Ne è prova il fatto che sia Giovanni Battista che Gesù, i quali per primi annunziarono il Regno, morirono di morte violenta.
È vera anche la seconda: “i violenti lo rapiscono”, perché annunciare il Regno vuol dire scontrarsi con le forze del maligno, il quale non vuole essere scacciato dai suoi territori, non vuole che dalle sue grinfie siano strappati i peccatori, gli immorali, i ladri, i tossicodipendenti che sono sotto il suo governo, e scatena una furibonda reazione, ma è proprio grazie a questa lotta contro le forze del male che ci s’impadronisce del Regno.
Molti hanno paura di affrontare combattimenti di questo tipo perché non hanno lo spirito di fede di Giosuè e di Caleb, temono di arruolarsi e di combattere, vedono gli ostacoli e i giganti, perdono di vista il sogno e il piano di Dio per la propria vita, ma il Signore non ci ha chiamati solo per vedere il grappolo d’uva, bensì per conquistare i territori che sono sotto il controllo del nemico.
In definitiva, la conquista della terra promessa da parte d’Israele ci dà l’idea chiara di come ci s’impadronisce del Regno e ci mostra come nell’azione di conquista emergono le nostre attitudini: l’incredulità e la rabbia, ma anche il desiderio di eludere le situazioni difficili e i cambiamenti di vita, perché tali cose presuppongono un cambiamento di attitudini e di abitudini, adattamento a situazioni nuove e a nuovi equilibri di vita.
Se pensiamo che tanti credenti, pur frequentando una chiesa, non intendono abbandonare certe abitudini negative o qualche vizio, non vogliono rinunciare a tutto della vecchia vita, non intendono sottomettersi interamente a Dio, né fare la Sua volontà, non sono disposti a predicare l’Evangelo, a fare guerra spirituale, a cacciare i demoni, a conquistare le anime, perché questo significa andare in prima linea e scontrarsi col maligno, ci rendiamo presto conto che il nemico da combattere sta dentro di noi e che quando Gesù afferma che “i violenti lo rapiscono”, parla di un conflitto interiore, di una lotta contro i nostri primi nemici: la carne e la mente carnale.
Cambiare le proprie attitudini negative ed eliminare dalla propria vita tutto ciò che impedisce di entrare sotto la Signoria e il governo di Cristo comporta inevitabilmente un conflitto contro se stessi, un grande sforzo, perché si tratta di sconfiggere le tentazioni, il peccato, la pigrizia, le ambizioni, l’arrivismo, il protagonismo, ecc., tutte le cose negative che fino ad ora abbiamo coltivato e a cui siamo affezionati.
Si tratta di un processo in cui Dio ci chiederà di arrenderci via via su tutti i fronti e di sottometterci a Lui in tutte le aree della nostra vita, anche in quelle che fino ad ora abbiamo considerato intoccabili e da cui Lo abbiamo escluso.
In genere viene facile individuare le attitudini sbagliate degli altri e sono pochi quelli che si esaminano e si mettono in discussione, decidono di combattere contro se stessi e di vincere; i più sono convinti che non si debba necessariamente osservare tutta la volontà di Dio, ma siffatti comportamenti precludono l’entrata nel Regno!
La storia di Giacobbe c’insegna che per cambiare bisogna lottare. Era un vero imbroglione Giacobbe, ma ciò che egli faceva agli altri, si ritorceva come un bumerang contro di lui. Quando il fratello Esaù lo inseguiva per ucciderlo, egli mise in atto le sue strategie per ingraziarselo, ma senza riuscirci. Era impaurito e per una intera notte lottò violentemente contro un uomo, che altri non era se non l’Angelo dell’Eterno. Giacobbe resisteva, non si lasciava sottomettere, non si voleva piegare alla Sua volontà, ma quando l’Angelo disse che doveva andare via, Giacobbe Lo trattenne dicendoGli che non Lo avrebbe lasciato andare se prima non lo avesse benedetto, poiché sapeva che se avesse ricevuto la benedizione del Signore, nessuno avrebbe potuto toccarlo.
Genesi 32:26 E quegli disse: «Lasciami andare, perché sta spuntando l'alba». Ma Giacobbe disse: «Non ti lascerò andare, se non mi avrai prima benedetto!».
Per tutta la notte Dio lo aveva messo a confronto con tutti i suoi peccati, i suoi inganni, le sue bugie, la sua incredulità e la sua mancanza di fiducia in Lui, ma Giacobbe continuava a combattere e a non sottomettersi, finché l’Angelo dell’Eterno non lo colpì nella connessura dell’anca, azzoppandolo, per farlo piegare alla volontà di Dio e fargli sentire il bisogno di Lui. Solo allora poté benedirlo e da imbroglione che era, Giacobbe divenne Israele, che vuol dire principe con Dio.
Nell’Antico Testamento si parla anche di un altro personaggio, poco conosciuto ma degno di nota: Shamgar, un agricoltore che per i suoi meriti divenne terzo giudice d’Israele.
Giudici 3:31 Dopo Ehud, venne Shamgar figlio di Anath. Egli sconfisse seicento Filistei con un pungolo da buoi; anch'egli liberò Israele.
Sembra una favoletta. Com’è possibile uccidere seicento uomini armati fino ai denti con un semplice pungolo per i buoi?
I Filistei opprimevano e tiranneggiavano gli Israeliti, sequestravano tutti i loro raccolti, avevano confiscato le loro armi e deportato tutti i fabbri allo scopo di impedire che ne fabbricassero di altre.
Rappresentano quelli che non vogliono farci entrare nella terra che Dio ci ha promesso e che quindi sono figura del nemico.
Il popolo di Dio aveva perduto la fiducia in se stesso, era abbattuto e disperava che la situazione potesse cambiare; c’era una sola arma disponibile: un pungolo per i buoi, praticamente un grosso chiodo, e Shamgar era l’unico determinato ad opporsi ai Filistei e ad affrontarli.
Non era un guerriero né un uomo di cultura, ma un semplice agricoltore che credeva nell’intervento di Dio, credeva che la vittoria dipende dal Suo aiuto e non dalla propria forza, non si lasciava scoraggiare dalle circostanze e non intendeva lasciarsi sopraffare dal nemico. Era armato di fede, di unzione, di coraggio e … di un pungolo, e con queste armi affrontò e uccise seicento Filistei e liberò la nazione d’Israele.
Dio afferma che solo i violenti s’impadroniscono del Suo Regno, perché sul piano spirituale funziona allo stesso modo: non ci sono vittorie senza combattimenti e non si fanno conquiste se non si entra in battaglia.
Gesù ci raccomanda di sforzarci, cioè di lottare fino al sangue, pur di entrare nel Regno.
Luca 13:24 «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché vi dico che molti cercheranno di entrare e non potranno.
La parola greca corrispondente a sforzarsi, agonìzomai, viene usata per indicare tre cose:
competere per ottenere un premio,
contendere con un avversario,
sforzarsi di portare a termine qualcosa.
Con le Sue parole Gesù ci esorta a cercare prima il Suo Regno, ma questo comporta avere il coraggio di affrontare il nemico che è dentro di noi ed entrare in conflitto con la nostra mente carnale, con le nostre attitudini e con i nostri desideri.
Meditiamo su quanto detto fino ad ora e se davvero vogliamo entrare nella nostra terra promessa, nel Regno di Dio, con l’arma della fede nell’intervento divino e con la nostra determinazione, sconfiggiamo tutto ciò che in noi si oppone al Suo governo e alla Sua volontà, non esitiamo a farci violenza per abbattere le nostre attitudini sbagliate, mura fortificate che ostacolano la nostra entrata nel Regno, pieghiamo i nemici che sono dentro di noi e impadroniamoci della terra promessa, una terra in cui scorre latte e miele.



