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               Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 4 aprile 2010

 

Oratore: Pastore Lirio Porrello

 

FORMARE L’ABITUDINE ALLA PREGHIERA

 

Non siate in ansietà per cosa alcuna, ma in ogni cosa le vostre richieste siano rese note a Dio mediante preghiera e supplica, con ringraziamento. Filippesi 4:6

 

Redazione a cura di Caterina Di Miceli

 

Conclusa la serie di predicazioni incentrate sul tema della guarigione divina, oggi il pastore Lirio introduce una nuova serie sul tema della preghiera e più precisamente su “Come riconquistare l’arte di saper attendere il Signore in preghiera”.

 

La nostra epoca è caratterizzata dalla fretta; tutto viene fatto celermente e l’abitudine ad agire sempre di corsa si riflette inevitabilmente nella nostra vita di preghiera.

Il pastore ricorda che quando la Parola della Grazia era agli inizi, talvolta il tempo del culto veniva speso in preghiera e in adorazione, si attendeva che il Signore si manifestasse dando rivelazione e guida. Abbiamo bisogno di riappropriarci di quell’arte di saperLo attendere. Questo è il desiderio dello Spirito Santo per noi, ce lo ha rivelato assieme al rhema datoci per quest’anno, ma per raggiungere tale obiettivo dobbiamo stabilire l’abitudine alla preghiera.

 

Come tutta la nostra vita naturale è imperniata su azioni che ripetiamo costantemente e che si sono tradotte in abitudini, anche la nostra vita spirituale necessita dell’acquisizione di buone abitudini.

Una massima dice: “Semina un pensiero e raccoglierai un'azione; semina un'azione e raccoglierai un'abitudine; semina un’abitudine e raccoglierai un carattere; semina un carattere e raccoglierai un destino”. Ciò vuol dire che il nostro destino viene determinato dal carattere che abbiamo formato in base alle abitudini che abbiamo acquisito.

 

Per avere una vita spirituale di successo abbiamo bisogno di formare l’abitudine e l’attitudine alla preghiera.

Potremmo chiederci: se la preghiera è tanto importante, perché ci riesce sempre così difficile pregare?

Perché la preghiera è un atto di umiltà, presuppone il riconoscere il proprio bisogno di Dio, ma poiché nella natura umana sono insiti l’orgoglio e la convinzione di autosufficienza, per poter pregare bisogna abbattere queste attitudini e riconoscere di avere bisogno dell’aiuto del Signore.

Coltivare l’abitudine alla preghiera è importante perché ci mantiene umili e consapevoli del nostro bisogno di Lui. Ma cos’è un’abitudine?

Qualcuno l’ha definita il punto d’incontro di tre elementi: la conoscenza, la volontà e il desiderio. Se alla conoscenza si uniscono la volontà e il desiderio di compiere una determinata azione, si finisce col farla abitualmente.

Tutti gli scrittori della Bibbia, grandi servi di Dio, poterono avere un’intensa e intima relazione con Lui grazie alla loro vita di preghiera, quindi è il caso di indagare riguardo alle loro abitudini in merito.

Nel libro del profeta Daniele si legge che mentre si trovava in Persia sotto il re Dario, fu emanato un decreto che vietava a chiunque, per trenta giorni, di pregare un altro dio all’infuori del re, pena la condanna ad essere gettato nella fossa dei leoni.

Daniele 6:5 Allora quegli uomini dissero: «Non troveremo mai nessun pretesto contro questo Daniele, eccetto che lo troviamo contro di lui nella legge stessa del suo Dio». 6 Allora quei prefetti e satrapi si radunarono tumultuosamente presso il re e gli dissero: «O re Dario, possa tu vivere per sempre! 7 Tutti i prefetti del regno, i governatori e i satrapi, i consiglieri e i comandanti si sono consultati insieme per promulgare un editto reale e fare un fermo decreto, in base ai quali chiunque durante trenta giorni rivolgerà una richiesta a qualsiasi dio o uomo all'infuori di te, o re, sia gettato nella fossa dei leoni. 8 Ora, o re, promulga il decreto e firma il documento, in modo che non possa essere cambiato in conformità alla legge dei Medi e dei Persiani, che è irrevocabile». 9 Il re Dario quindi firmò il documento e il decreto.

 

Il divieto di pregare per trenta giorni ha precisi significati:

 - il nemico vuole impedire la preghiera e sa che astenersene per tanto tempo significa morire spiritualmente;

 - vuole inoltre che il peccato venga legalizzato al fine di costringere le persone a compierlo obbligatoriamente e a condurre una vita contraria alla volontà di Dio.

 

10 Quando Daniele seppe che il documento era stato firmato, entrò in casa sua. Quindi nella sua camera superiore, con le sue finestre aperte verso Gerusalemme, tre volte al giorno si inginocchiava, pregava e rendeva grazie al suo Dio, come era solito fare prima. 11 Allora quegli uomini accorsero tumultuosamente e trovarono Daniele che stava pregando e supplicando il suo Dio.

 

Il decreto era stato emanato col preciso scopo di colpire Daniele, il quale però non si lasciò intimorire e pur sapendo di rischiare la vita continuò a pregare tre volte al giorno come di consueto.

Colto sul fatto mentre pregava, fu letteralmente gettato nella fossa dei leoni, i quali però non lo toccarono ed egli uscì miracolosamente indenne dalla fossa.

Ribaltando il concetto secondo cui non pregare per trenta giorni produce la morte spirituale, è stata formulata la teoria della preghiera del tre per tre, in base alla quale si pensa che, pregando per trenta giorni per la salvezza di qualcuno, il Signore tocchi il suo cuore, lo conduca alla salvezza e alla vita eterna. 

 

Dallo studio dell’Antico Testamento si apprende che gli Ebrei avevano l’abitudine di pregare tre volte al giorno e che tale abitudine risale al re Davide.

Salmi 55:17 La sera, la mattina e a mezzogiorno mi lamenterò e gemerò, ed egli udrà la mia voce.

 

Anche nel Nuovo Testamento gli Ebrei più vicini al Signore praticavano l’abitudine di pregare tre volte al giorno: alle nove, a mezzogiorno, alle quindici.

Nel giorno di Pentecoste lo Spirito Santo discese nella terza ora del giorno, cioè alle nove del mattino, che era un’ora di preghiera

Atti 2:15 Costoro non sono ubriachi, come voi ritenete, poiché è solo la terza ora del giorno. (le 9:00).

In attesa del pranzo, verso mezzogiorno, l’apostolo Pietro andò a pregare.

Atti 10:9 Il giorno seguente, mentre essi erano in cammino e si avvicinavano alla città, Pietro salì sul terrazzo della casa, verso l'ora sesta per pregare.

Pietro e Giovanni andavano nel tempio a pregare verso l’ora nona, cioè alle quindici.

  Atti 3:1 Or Pietro e Giovanni salivano insieme al tempio verso l'ora nona, l'ora della preghiera.

Il fatto che gli apostoli fossero fedeli nel praticare la preghiera almeno tre volte al giorno, spiega i loro successi e le manifestazioni soprannaturali che li accompagnavano. Questo ci dice che se vogliamo che la potenza di Dio si manifesti attraverso di noi, dobbiamo intensificare la nostra vita di preghiera.

 

Il maggior esempio di abitudine alla preghiera ce lo dà Gesù, che non si limitava a pregare tre volte al giorno.

Luca 6:12 Or avvenne in quei giorni che egli se ne andò sul monte a pregare, e passò la notte in preghiera a Dio.

Durante quell’intera notte trascorsa in preghiera, il Padre Gli indicò quali dovevano essere i Suoi discepoli. Al mattino seguente Egli sapeva chi avrebbe dovuto chiamare e quando lo fece si tutti disposero a seguirLo, perché il Padre lo aveva messo loro in cuore.

 

Luca 9:18 Or avvenne che, mentre egli si trovava in disparte a pregare, i discepoli erano con lui. Ed egli li interrogò, dicendo: «Chi dicono le folle che io sia?».

È singolare il fatto che Gesù abbia interrotto la preghiera per chiedere ai discepoli: «Chi dicono le folle che io sia?». È presumibile che lo stesso Padre, dialogando con Lui, Gli abbia suggerito di fare quella domanda. La preghiera infatti è un dialogo, una comunicazione reciproca, non un monologo e un elenco di richieste.

 

I discepoli erano stati testimoni di tanti miracoli e poiché avevano compreso che il successo di Gesù dipendeva dalla Sua vita di preghiera, Gli chiesero di insegnare loro a pregare.

Luca 11:1 E avvenne che egli si trovava in un certo luogo a pregare e, come ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli».

Egli diede loro il Padre Nostro, che contiene gli elementi fondamentali da tenere presenti quando si prega, il primo dei quali riguarda la relazione col Padre e ci dice che  pregare è privilegio esclusivo dei Suoi figli.

L’apostolo Paolo esprime con poche drastiche parole l’esortazione a non interrompere mai il dialogo col Signore:

                                 1Tessalonicesi 5:17 Non cessate mai di pregare!

   Il Padre desidera dialogare con  noi e ci chiama alla preghiera, ma quante volte fingiamo di non sentire il Suo richiamo, ci teniamo impegnati in altro e non ci rendiamo liberi per Lui? 

C’è chi crede di non potersi presentare a Dio se prima non si purifica e non si mette “a posto” nei Suoi confronti. Nulla di più sbagliato, perché senza stare alla Sua presenza non si può raggiungere la condizione ideale per presentarsi a Lui. Egli ci accoglie così come siamo, con le nostre debolezze e le nostre imperfezioni, per poi purificarci.

 

Da un episodio del Vangelo di Luca, in cui si parla di un fariseo e di un pubblicano che si recano nel tempio per pregare, si coglie il pensiero di Dio su di loro.

 Luca 18:10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, dentro di sé pregava così: "O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana e pago la decima di tutto ciò che possiedo". 13 Il pubblicano invece, stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, sii placato verso me peccatore". 14 Io vi dico che questi, e non l'altro, ritornò a casa sua giustificato, perché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato».

Il fariseo pregava elencando tutti i suoi meriti e vantandosi di adempiere tutti gli obblighi imposti dalla legge, mentre il pubblicano non osava alzare lo sguardo perché si riconosceva peccatore e bisognoso della misericordia del Signore.

Come poté, quest’ultimo, presentarsi a Dio nella sua condizione di peccato? Come trovò la forza? La forza gli venne dalla fiducia nella Sua bontà e nel Suo amore. Chiunque si sarebbe schierato a favore del fariseo che aveva compiuto tante buone opere e per di più pregava e digiunava, ma Gesù sconvolse ogni teologia quando affermò che dei due, solo il pubblicano tornò a casa giustificato.

 

Le parole di Gesù ci spronano ad andare a Dio come siamo, con i nostri errori, i nostri peccati, le nostre imperfezioni. Se il nemico ci sussurra che non siamo degni di presentarci a Lui, rispondiamoGli che senza Dio non possiamo fare nulla e che abbiamo bisogno del Suo aiuto.

Dio benedice chi Lo cerca con un cuore umile, anche se fa preghiere intrise di autocommiserazione, d’incredulità e di scorrettezze dottrinali, perché è meglio pregare male che non farlo.

 

Apocalisse 3:20 Ecco, io sto alla porta e busso, se qualcuno ode la mia voce ed apre la porta, io entrerò da lui, e cenerò con lui ed egli con me.

Dio desidera comunicare con noi, ma… quante volte Lo mettiamo alla porta, Lo ignoriamo, ci consideriamo autosufficienti e pensiamo di potercela sbrigare da soli!

In genere prega di più chi desidera dipendere da Dio, mentre chi si ritiene autosufficiente non ne avverte il bisogno.

Da parte Sua, il Signore desidera che Lo cerchiamo e che stiamo in costante ascolto della Sua voce; da parte nostra c’è un grande bisogno di cercarLo in preghiera e di crescere in tale abitudine.  

 

È sorprendente un episodio riguardante il profeta Neemia. Quando si trovò alla presenza del re e costui gli chiese «Che cosa domandi?», istantaneamente egli prima interpellò il Signore e poi diede al re la risposta da Lui suggerita. 

Neemia 2:4 Il re mi disse: «Che cosa domandi?». Allora io pregai il DIO del cielo 5 e poi risposi al re: «Se questo piace al re e il tuo servo ha trovato favore agli occhi tuoi, lasciami andare in Giudea, nella città dei sepolcri dei miei padri, perché possa ricostruirla».

Il profeta aveva la consapevolezza della presenza di Dio, sapeva di poterGli parlare e di poter contare sulla Sua immediata risposta.

 

Il principio vale anche per noi: più diveniamo consapevoli della presenza di Dio, più ci viene facile approcciare il Suo trono, dialogare con Lui e portare le nostre debolezze ai piedi della croce. Abbiamo tanto bisogno d’imparare a pregare! Non ci servono particolari stratagemmi a tal fine, quello che ci serve è l’esercizio, perché a pregare s’impara… pregando!

 Occorre solo osservare alcune regole basilari:

 -  stabilire un tempo per la preghiera;

 -  un luogo in cui ritirarci per pregare;

 -  cercare di realizzare  una relazione con Dio;

 -  essere costanti.

 

Non dobbiamo cercare Dio per dovere o solo per chiederGli ciò che ci occorre, ma facciamo della preghiera un’abitudine e un’attitudine che ci aiutino a sviluppare con Lui un’intima relazione.

ManifestiamoGli il desiderio d’incontrarLo e di aprirGli il nostro cuore. Alla Sua presenza agiamo in libertà, comunichiamoGli senza inibizioni ciò che abbiamo nel cuore e non traduciamo il nostro incontro in un rituale.

Piangiamo, se ne avvertiamo il bisogno, diamo spazio ai nostri sfoghi, chiediamoGli di consolarci, di confortarci, di consigliarci a seconda delle nostre necessità. Deponiamo ai Suoi piedi i pesi e i problemi che ci affliggono, ed Egli, se vede in noi un cuore sincero, umile e consapevole di avere bisogno di Lui, ci risponderà, non ci deluderà!