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                  Servizio di adorazione ore 10.30 – Palermo, domenica 12 luglio 2009
 
Oratore: Pastore Lirio Porrello
 
LA CENA DEL SIGNORE
 
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
 
Il giorno in cui si celebra la Cena del Signore è sempre particolarmente toccante per l’atmosfera commossa che si crea in chiesa.
In accordo al tema del Regno di Dio, trattato nelle scorse domeniche, oggi il pastore Lirio introduce la predicazione mettendo in luce che la parola “Signore” vuol dire anche ‘Padrone’ e che quando Lo invochiamo, di fatto riconosciamo di appartenerGli con tutto ciò che possediamo. Anche i nostri beni, infatti, appartengono Lui, per questo quando andiamo alla Sua presenza portiamo sempre qualcosa come segno di riconoscenza, in risposta a quanto Egli ha dato a noi.
Offrire alla chiesa è in realtà un offrire al Re, che poi dona alla chiesa ciò che riceve.
Questa è una delle leggi del Regno a cui apparteniamo e che è giusto conoscere perché, muovendoci correttamente in esso, vivendo come vuole il Re, ci mettiamo nella condizione di ricevere le Sue benedizioni, la Sua grazia, i Suoi favori.
 
  Partecipare alla Cena del Signore è un momento altamente significativo, perché vuol dire avere il privilegio di essere invitato alla Cena del Re dei re, del Signore dei signori, del Creatore dell’universo.
1Corinzi 11:23 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane,24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27 Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, 29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. 30 Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. 31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. 32 Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo.
 Il valore delle istruzioni date dall’apostolo Paolo alla chiesa di Corinto, che valgono anche per noi, rischia di essere sminuito dall’abitudine, come avviene per tutte le cose che diamo per scontate, ma se ci soffermiamo a pensare che eravamo perduti e senza speranza e che ci ritroviamo alla stessa mensa del Re, non possiamo non dare valore a questo momento celebrativo.
Paolo dice ai Corinzi che quando ci avviciniamo alla Mensa del Signore, mangiamo del pane e beviamo del vino, dobbiamo essere in comunione con Lui e col Suo Corpo, perché non esserlo equivale a disprezzarLo.
 
 Dopo avere citato i tre aspetti della Santa Cena su cui meditare:
il memoriale, che consiste nel guardare al sacrificio di Gesù, l’evento del passato che celebriamo per ricordare il mezzo con cui abbiamo ottenuto la grazia;
l’esame di se stessi, che compiamo nel tempo presente guardandoci dentro e analizzandoci;
l’annuncio della seconda venuta di Gesù, che è un evento del futuro,
il pastore prende spunto dal comando del Signore: “fate questo in memoria di me”(v. 25) per parlare dell’obbedienza, del suo valore nel Regno di Dio e per rilevare che la ribellione, ispirata nel mondo dal maligno, si coglie anche nei bambini che sin da piccoli tendono a dire ‘no’ e a ribellarsi ai genitori.  
Ricorda che nel 1968 la contestazione era considerata un valore e che le autorità furono messe in crisi perché i giovani contestavano tutto e tutti, con la conseguenza che si smarrì totalmente il rispetto per i genitori e per gli anziani, che venivano definiti “matusa”, ossia vecchi, decrepiti, rimbecilliti.
Tale ondata di ribellione ebbe effetti nefasti, produsse infatti una generazione di tossicodipendenti e un movimento femminile molto discutibile, opera del nemico che vuole distruggere i modelli divini a cui i cristiani devono ispirarsi.
 
Ciò premesso, il pastore riferisce che alla base della storia della nostra chiesa stanno due parole: ubbidienza e sottomissione, e chesoltanto chi l’ha vista nascere, fa parte della sua storia e ne è la memoria storica, conosce quanto grande sia il loro valore.
Il Signore ha voluto fare un’opera nuova in questa nostra terra di Sicilia, per sua cultura particolarmente ribelle. Anch’essa, come Israele, è stata teatro di continue dominazioni per il principio biblico secondo cui un popolo ribelle passa da una dominazione a un’altra peggiore. 
L’indole indocile dei primi abitatori dell’isola, i Siculi e i Sicani, non è scomparsa, ne è prova la piaga della mafia, che opprime con la cultura della prepotenza, che usa la minaccia e l’intimidazione come mezzi per sottomettere le persone al suo volere, che manifesta atteggiamenti chiaramente suggeriti dallo spirito del principe che domina questo mondo.
 
L’obbedienza, l’umiltà e la sottomissione non nascono con noi, quando si entra nel Regno di Dio si devono imparare se non si vuole continuare ad agire secondo la cultura del mondo.
Necessitiamo di una trasformazione che parta dalla nostra mente e interessi tutto il nostro modo di vivere, di un processo di santificazione che per gradi ci faccia passare da una cultura all’altra, da quella del regno delle tenebre a quella del Regno di Dio, che non avrà mai fine e di cui sin da ora dobbiamo acquisire i principi.
 
Le leggi dei due regni sono molto diverse.
Nel regno delle tenebre non c’è perdono, perché l’orgoglio lo considera un atto di debolezza;
non c’è unità, perché l’orgoglio non ammette la sottomissione;
non c’è armonia, perché la superbia e la presunzione di superiorità tendono a disprezzare gli altri creando tensioni, ostilità, isolamento, solitudine.
Nel Regno di Dio c’è armonia, unità, apprezzamento per gli altri. Se vogliamo viverci a pieno titolo dobbiamo fare nostre tali leggi e sull’esempio di Gesù, che ha stimato noi più di Se stesso, imparare ad apprezzare gli altri e a ritenerli migliori di noi, creando armonia e favorendo la comunione.
 
Filippesi 2:5 Abbiate in voi lo stesso sentimento che già è stato in Cristo Gesù, 6 il quale, essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, 7 ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; 8 e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce. 9 Perciò anche Dio lo ha sovranamente innalzato e gli ha dato un nome che è al di sopra di ogni nome, 10 affinché nel nome di Gesù si pieghi ogni ginocchio delle creature (o cose) celesti, terrestri e sotterranee, 11 e ogni lingua confessi che Gesù Cristo è il Signore, alla gloria di Dio Padre.
La Bibbia ci esorta ad avere gli stessi sentimenti di Gesù, ma poiché i sentimenti sono la conseguenza delle attitudini, è in esse che dobbiamo imitarLo.
Nel versetto 8 è scritto che pur essendo Dio e avendo la posizione più alta in assoluto, Gesù decise di spogliarsi della Sua deità, di abbassarsi e di essere obbediente fino alla morte in croce, mostrandoci con l’esempio che nel Suo Regno chi è più in alto serve di più e che l’obbedienza e la sottomissione sono principi irrinunciabili.
In seno alla Chiesa di Cristo, anche noi possiamo avere una posizione, dei doni e dei talenti, che però non ci vengono dati per innalzarci, ma per servire gli altri che dobbiamo imparare a stimare e apprezzare più di noi stessi. Sono principi del tutto opposti a quelli adottati nel mondo, in cui ci si serve della posizione per usare gli altri e farsi servire da loro. 
 
Ritornando a quanto detto a proposito della nascita della nostra chiesa, il pastore Lirio riferisce che il Signore gli rivelò di volere fare in Sicilia una cosa nuova:
una chiesa che predichi e pratichi l’obbedienza e la sottomissione,
che costituisca un segno di contraddizione in questa terra ribelle
e che sarebbe stata da Lui benedetta.
La chiesa La Parola della Grazia di Palermo ha osservato fedelmente i principi dati da Dio che, fedele alla promessa, l’ha fatta prosperare e crescere fino a farla divenire la chiesa più grande d’Italia.
 
Obbedienza e sottomissione sono principi divini che giovano anche nella vita pratica, servono infatti per guarire dall’ansia e dalla paura, come per risanare le famiglie.
Il divino di famiglia voluto da Dio prevede che la moglie si sottometta volontariamente al marito, che però non usi la sua autorità per dominare, ma per servire; in tal modo la famiglia non si distrugge, perché lasciandosi governare da Dio e stabilendo il Suo Regno nella propria vita, si viene benedetti.
 
 A questo punto il pastore Lirio precisa in cosa consistono l’obbedienza e la sottomissione.
 L’obbedienza, in greco hupakùo, è un’azione che consiste nell’eseguire senza discutere i comandi dell’autorità anche se con essa non si hanno rapporti diretti, come nel caso di ordini militari. L’obbedienza viene premiata, ma sull’esempio di Gesù va praticata anche se costa sacrificio o se comporta sofferenza.
 I figli sono tenuti ad obbedire ai genitori, che sono l’autorità da cui dipendono e che hanno il diritto di farsi obbedire. È un comando del Signore, che promette lunga vita a chi vi si attiene e che annuncia punizione ai ribelli.
 Colossesi 3:6 per queste cose l'ira di Dio viene sui figli della disubbidienza,
Il Regno di Dio, comunque, è aperto a tutti, essendo stata la redenzione acquistata per tutti gli uomini, e vi si accede per fede nel sacrificio sostitutivo di Gesù, accettando la Sua signoria e ricevendoLo nel proprio cuore. 
La sottomissione, in greco hupotàsso, è un’attitudine di obbedienza all’autorità, con cui si ha una relazione. È una disposizione volontaria, che non si può imporre e che nasce dalla stima, dal rispetto e dall’apprezzamento che si ha per essa.
 
Nell’epistola ai Romani si legge: Poiché tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio sono figli (maturi) di Dio. Romani 8:14
La parola ‘condotti’ vuol dire guidati, governati, e poiché il Governatore del Regno è lo Spirito Santo, essendo Egli dentro di noi ci porta la cultura del Re e ci esorta ad obbedire.
Può accadere però che, imbottiti come siamo di ribellione, non ci sottomettiamo alla Sua guida e continuiamo a fare di testa nostra, ma se vogliamo diventare figli maturi di Dio, dobbiamo lasciarci governare dallo Spirito Santo, che ci trasforma, ci dà direzione e ci consente di vivere secondo gli statuti e la cultura del Re e di esprimere il Suo cuore.
 
RiconosciamoLo come nostro Signore in ogni momento e in ogni area della nostra vita, sottomettiamoGli i nostri processi mentali che ci impediscono, ad esempio, di perdonare un nostro fratello quando abbiamo ragione, acquisiamo i pensieri di Dio, secondo cui le nostre ragioni non valgono quanto vale la relazione con nostro fratello.
Anche nei conflitti tra coniugi entrambi vantano ragioni, ma nei loro contrasti, spesso accompagnati dal divorzio, a soffrirne sono i figli e, separandosi e non perdonandosi a vicenda, dimostrano di essere insensibili e di amare più le loro ragioni che i loro figli.
Quando sbagliamo, riconosciamolo con umiltà, chiediamo perdono, riconciliamoci, soprattutto prima di partecipare alla Mensa del Signore: ne avremo sono da guadagnare!