Redazione a cura di Caterina Di Miceli
In quest’ultima domenica dell’anno si celebra, “a sorpresa”, la Cena del Signore, proprio come a sorpresa ci troveremo di fronte alla seconda venuta di Gesù, e non possiamo non riflettere sulla necessità di vegliare e di essere pronti in ogni momento non solo al grande evento del ritorno di Gesù, ma anche a celebrare la comunione con Lui e con i fratelli.
“Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese il pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: <<Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me>>. Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo:<<Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me>>. Poiché ogni volta che mangiate di questo pane o bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo” (1Corinzi 11:23-32).
Intuendo l’esigenza, avvertita da molti, di aver chiaro il significato dell’espressione “…non discernendo il corpo del Signore”, e sensibile ad una precisa rivelazione divina, il pastore Lirio inizia la predicazione affermando che solo chi è nato di nuovo, fa parte del Corpo di Cristo ed ha la certezza della vita eterna, è in condizione di discernere, cioè di riconoscere il Corpo del Signore e di comprendere il reale significato della comunione con esso, e che nessun rito può promuovere tale comunione o farne comprendere la realtà. Discernere il Corpo del Signore significa quindi riconoscere i fratelli, che tale Corpo compongono, apprezzarli ed amarli così come sono ed a qualunque chiesa cristiana appartengano.
Passa quindi a richiamare l’attenzione sul valore del Patto che Dio ha stabilito con l’uomo per la sua salvezza: “Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue”. È un Patto stabile ed eterno, non soggetto all’influenza dei sentimenti come non lo sono i Suoi Comandamenti, e in alcun modo modificabile. Il principio della stabilità e dell’immutabilità riguarda anche il patto matrimoniale, che non può e non deve dipendere dai sentimenti e in quanto “patto” può garantire stabilità, sicurezza e progresso.
Infine, prima di partecipare alla Cena del Signore, il pastore esorta la chiesa a meditare sugli eventi a cui rimandano i su citati versetti.
1. “Annunziamo la morte del Signore”. La morte di Gesù è l’evento del passato che ha cambiato la storia dell’umanità e la nostra personale, perché Dio, inchiodando il nostro vecchio uomo con Cristo su quella croce posta sul Golgota, ha potuto darci una nuova natura e una nuova vita; e poiché solo grazie a quella Croce è stata possibile la nostra salvezza, ad essa va tutto il nostro apprezzamento, il ringraziamento, la lode e l’adorazione.
2. “Ora ognuno esamini se stesso”. Esaminarsi è un evento del presente, e al termine di quest’anno appena trascorso, nel fare un bilancio della nostra vita personale e di quella della chiesa, prendendo atto sia delle difficoltà, dei travagli, delle persecuzioni subite, che delle cose positive: lacrime, pentimenti, benedizioni, rivelazioni ricevute ed in particolare quella della visione, è opportuno esaminarci e chiederci cosa è cambiato nella nostra vita e cosa vogliamo cambiare e correggere nel prossimo anno, quali attitudini intendiamo modificare e quali scelte compiere.
Proponiamoci innanzitutto di vivere il nostro cristianesimo con onestà e sincerità, rifiutando le falsità, la voglia di apparire, la ricerca di falsa perfezione e l’ipocrisia, cerchiamo di essere cristiani veri e coerenti, capaci di dare buona testimonianza, di amare perché in noi risplende l’amore di Dio; cristiani che non infanghino la chiesa di Cristo con una vita doppia e peccaminosa, che non somiglino agli ipocriti farisei, amanti della forma ma privi di sostanza, e cerchino in ogni modo di essere santi, puri, genuini ed autentici, come Dio vuole che siano i Suoi figli.
3. “Finché egli venga” si riferisce al futuro, alla venuta del Signore, ma riguarda anche il nostro futuro personale e le nostre scelte, da cui dipendono i nostri cambiamenti. Può accadere, tuttavia, che la decisione di cambiare non sia accompagnata dai fatti, e questo perché la nostra vita quotidiana è vincolata ad abitudini che ci riesce difficile eliminare anche quando le riconosciamo come negative. Occorre pertanto un atto di forza per eliminare dalla nostra vita le cose a cui siamo abituati, ed introdurre a casa nostra abitudini sante, in particolare quelle relative all’educazione dei nostri figli, che sin da piccoli devono essere abituati alla preghiera, alla lettura della Parola di Dio ed alla comunione con lo Spirito Santo. Credere di non esserne capaci significa prestare ascolto al nemico, poiché Gesù è venuto ad incoraggiarci, e nel nome di Gesù possiamo sconfiggere la frustrazione e riuscirci!
Chiediamo a Dio in preghiera cosa c’è nel Suo cuore per noi per il 2005, accordiamoci tutti in questa richiesta per sapere cosa ci riserva il futuro, è importante che la chiesa riceva rivelazioni profetiche delle cose a venire, ed al momento giusto Dio ci risponderà, ma ciò può avvenire solo stando in preghiera e dimorando in Lui.
In Giovanni 15:4,5,7 si legge “Dimorate in me e io dimorerò in voi; come il tralcio non può da sé portare frutto se non dimora nella vite, così neanche voi, se non dimorate in me. Io sono la vite, voi siete i tralci; chi dimora in me e io in lui, porta molto frutto, poiché senza di me non potete fare nulla….Se dimorate in me e le mie parole dimorano in voi. Domandate quel che volete e vi sarà fatto”. Paragonando il credente al tralcio che non può vivere né portare frutto se non sta attaccato alla vite, con “dimorate” Dio ci comanda di stare attaccati a Lui sia per avere vita che per portare frutto. Egli non vuole che confidiamo nella nostra forza umana, ma che facciamo ogni cosa con Lui, e ci avverte senza mezzi termini che senza di Lui, agendo di testa nostra, non approderemo a nulla. Con la stessa naturalezza con cui il tralcio dà il suo frutto stando attaccato alla vite, noi porteremo frutto stando attaccati al Signore, ma se confideremo nelle nostre forze umane, ne ricaveremo solo stanchezza e stress.
Dimorare vuol dire:
1. avere coscienza della Sua presenza, avvertirla, percepirla, perché si è in comunione con Lui;
2. comunicare, essere nella condizione di ascoltarLo quando vuole parlarci.
Come Filippo portò l’eunuco Etiope alla salvezza perché poté sentire la voce dell’angelo che gli portò il messaggio di Dio, e come Anania andò a trovare Saulo a cui impose le mani perché era in condizione di sentire l’ordine del Signore che gli parlava, anche noi possiamo dimorare in Lui e portare frutto se, come Filippo ed Anania, manteniamo con Lui una costante comunione, non diamo spazio alle distrazioni, abbiamo consapevolezza della Sua presenza e ci troviamo nella condizione di comunicare con Lui; in altri termini possiamo comunicare con Dio solo se dimoriamo in Lui.
Dio vuole che tutti i Suoi figli siano pronti a ricevere la Sua direzione e che portino molto frutto, desidera che in ogni cellula e in ogni famiglia si vedano le Sue benedizioni e la manifestazione della Sua potenza, e se vogliamo raggiungere la sensibilità di Anania e desideriamo che il Signore ci parli, chiediamoGlielo in preghiera, ma impegniamoci da parte nostra ad essere pronti ad ascoltarLo e ad ubbidirGli.
La Cena del Signore è l’occasione per manifestare apprezzamento ai nostri fratelli, strumenti di Dio, senza i quali la Chiesa di oggi non sarebbe quella che è, e neppure noi, visto che a loro dobbiamo la nostra conversione, la nostra crescita spirituale, il sostegno nei momenti difficili; a loro dobbiamo la correzione, l’aiuto in preghiera e l’incoraggiamento; con loro condividiamo le nostre esperienze col Signore! Non pretendiamo di trovare la perfezione nei fratelli, che come noi tendono alla perfezione e che dobbiamo amare così come sono; chiediamo semmai al Signore di aprire i nostri occhi spirituali affinché nei fratelli possiamo vedere Lui e in essi discernere il Corpo di Cristo!