Servizio di adorazione ore 8.00 -  Palermo, domenica 19 aprile 2009

 

Oratore: Pastore Lirio Porrello

ACCETTARSI  GLI  UNI  GLI  ALTRI

 

Perciò accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo ci ha accolti per la gloria di Dio – Romani 15:7

 

Redazione a cura di Caterina Di Miceli

 

Ancora in tema di relazioni improntate alla grazia, l’odierna predicazione riguarda la reciproca accettazione, indispensabile per il perdurare delle relazioni. Chi cessa di accettare un’altra persona, cessa anche di avere con essa  buoni rapporti.

La Bibbia parla molto delle relazioni ed oggi ci si sofferma su quelle della chiesa primitiva, dove Ebrei e gentili finirono col convivere poiché, dopo la conversione a Cristo dei primi Ebrei, anche molti gentili vennero a conoscenza dell’Evangelo, con la conseguenza che s’incontrarono e scontrarono culture diverse, con gli inevitabili conflitti che ne seguirono.

Le buone relazioni costituiscono la forza di una chiesa, ma se si deteriorano ne costituiscono la debolezza. Non basta infatti ritrovarsi in gran numero in chiesa per essere uniti, perché se tra  fratelli vengono meno i buoni rapporti, si tratta di una finta unità, proprio come nella famiglia, se non c’è armonia nei rapporti, si è divisi pur vivendo sotto lo stesso tetto.

Avere buone relazioni denota maturità spirituale, infatti solo chi cresce nella capacità di amare sa intrattenere con gli altri buone relazioni.

 

Nell’epistola ai Romani si parla dei difficili rapporti creatisi tra gli Ebrei e i gentili nella chiesa primitiva di Roma.

Romani 14:1 Or accogliete chi è debole nella fede, ma non per giudicare le sue opinioni. 2 L'uno crede di poter mangiare d'ogni cosa, mentre l'altro, che è debole, mangia solo legumi. 3 Colui che mangia non disprezzi colui che non mangia, e colui che non mangia non giudichi colui che mangia, poiché Dio lo ha accettato.4 Chi sei tu che giudichi il domestico altrui? Stia egli in piedi o cada, ciò riguarda il suo proprio signore, ma sarà mantenuto saldo, perché Dio è capace di tenerlo in piedi. 5 L'uno stima un giorno più dell'altro, e l'altro stima tutti i giorni uguali; ciascuno sia pienamente convinto nella sua mente.

   L’apostolo Paolo esortò i Romani a non discriminare chi aveva abitudini e convinzioni diverse dalle loro e credeva, ad esempio, che non si dovessero mangiare alcuni cibi o che il giorno da santificare fosse il sabato piuttosto che la domenica, in quanto qualunque cosa ciascuno faceva, la faceva per il Signore e non doveva essere motivo di divisione.

 Paolo esortò sia gli Ebrei che i gentili ad accettarsi vicendevolmente, essendo stati entrambi accettati da Dio con le loro culture e le loro convinzioni.

Ancor oggi, in ogni parte del mondo, tra le chiese esistono conflitti dovuti a convinzioni o modi di agire diversi anche su cose di scarsa importanza.

 

 Qualche cenno storico sul tempo in cui fu scritta l’epistola ai Romani aiuta a comprenderne meglio il contenuto. Fu scritta a Corinto tra il 54 e il 58 d. C., subito dopo il primo Concilio di Gerusalemme (51 d. C.), in cui fu stabilito il principio secondo cui la salvezza si ottiene esclusivamente per mezzo della fede, contro l’opinione dei giudaizzanti secondo i quali per essere salvati occorrevano sia la fede che le opere della legge.

 Lo scopo principale dell’epistola è quello di dare chiarezza sulla salvezza e di spiegare bene il principio della giustificazione per fede, perché si può essere salvati senza averlo compreso bene e quindi senza avere la capacità di spiegarlo ad altri.  

Non sappiamo come ebbe inizio la chiesa di Roma, non esiste alcuna notizia storica in merito, sappiamo soltanto che nel giorno di Pentecoste erano presenti alcuni Romani e possiamo supporre che siano stati loro a diffondere la Buona Novella dell’Evangelo in quella città.  

Tutte le chiese di allora riconobbero tale principio e Paolo lo comunicò alla chiesa di Roma; inoltre, al fine di ammorbidire le tensioni che createsi tra giudaizzanti e gentili a causa delle loro diverse culture e di favorire una buona convivenza anche in vista delle agapi, egli suggerì ai gentili una norma transitoria: quella di astenersi dal mangiare il sangue e le carni sacrificate agli idoli, oltre che dalla fornicazione. Lo scopo era quello di evitare di scandalizzare alcuni, anche se Gesù aveva detto che a contaminare l’uomo non è quello che entra in bocca, ma ciò che da essa esce:  Non ciò che entra nella bocca contamina l'uomo, ma è quel che esce dalla bocca che contamina l'uomo». Matteo 15:11

 

Nel 49 d. C., prima del Concilio di Gerusalemme, un editto dell’imperatore Claudio vietava agli Ebrei di entrare a Roma, tanto che quando una coppia di coniugi, l’ebreo Aquila e la romana Priscilla vi si trasferirono, furono cacciati fuori dalla città.

Atti 18:2 E, trovato un certo Giudeo, di nome Aquila originario del Ponto, venuto di recente dall'Italia insieme a Priscilla, sua moglie (perché Claudio aveva ordinato che tutti i Giudei partissero da Roma) si recò da loro.

Gli Ebrei poterono recarsi a Roma soltanto dopo la morte di Claudio, quando l’editto decadde. Fu allora che Paolo scrisse l’epistola ai Romani, con cui, oltre ad insegnare sulla giustificazione per fede, cercò di correggere alcuni comportamenti sbagliati.

 

Per quanto riguarda le abitudini alimentari, tuttora esistono differenze tra le chiese nei vari Paesi del mondo, ad esempio in America non hanno la nostra abitudine di bere vino ai pasti, lo bevono solo per ubriacarsi, quindi non lo adoperano neppure in occasione della Cena del Signore, in cui prendono succo d’uva, perché ritengono che il vino possa istigare chi è stato alcolista. 

In Scozia gli uomini indossano abitualmente kilt, gonnellino pieghettato a quadri di vari colori,  e poiché non approvano i pantaloni, per non provocare scandalo quando ci si trova nelle chiese di quel Paese è corretto adeguarsi al loro modo di vestire. 

È necessario adeguarsi ai fratelli che hanno modi di fare e abitudini diverse dalle proprie e non   offenderli definendo negative le loro abitudini e usandole come pretesto per prendere le distanze e creare divisione.

 

Dopo l’anno 70 d. C., in seguito alla distruzione di Gerusalemme avvenuta per mano dei Romani, le conversioni degli Ebrei cessarono, mentre i gentili si convertivano sempre più numerosi, ma quando Paolo scrisse l’epistola, esistevano ancora motivi di contrasto tra Ebrei e gentili, e pur non  esprimendosi su chi avesse torto o ragione, l’apostolo diede direttive circa i comportamenti da tenere. Egli scrisse che, se Dio aveva accettato entrambi senza chiedere né agli uni né agli altri di cambiare abitudini, loro non avevano alcun titolo per discriminare e giudicare gli altri servi del Signore. In seguito, man mano che i gentili divennero sempre più numerosi, le dispute si attenuarono fino a sparire, comunque gli Ebrei rimasero saldamente legati alle loro tradizioni e le mantengono inalterate fino ai nostri giorni.  

 

La lezione di Paolo ai Romani vale per noi, che oggi potremmo discriminare i fratelli in base al ceto sociale, alla cultura, al colore della pelle, alla disponibilità economica, ecc., ma Gesù ha pagato per tutti allo stesso modo, ha salvato le genti di ogni popolo e tribù con lo stesso Suo sangue.

Romani 14:13 Perciò non giudichiamo più gli uni gli altri ma piuttosto giudicate questo: di non porre intoppo o scandalo al fratello. 14 Io so e sono persuaso nel Signore Gesù, che nessuna cosa è immonda in se stessa, ma chi stima qualche cosa immonda, per lui è immonda. 15 Ma se tuo fratello è contristato a motivo di un cibo, tu non cammini più secondo amore; non far perire col tuo cibo colui per il quale Cristo è morto. 16 Perciò quel che per voi è bene non diventi motivo di biasimo  17 poiché il regno di Dio non è mangiare e bere, ma giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo. 18 Infatti chi serve Cristo in queste cose è gradito a Dio e approvato dagli uomini. 19 Perseguiamo dunque le cose che contribuiscono alla pace e alla edificazione reciproca.

Non permettiamo alle differenze di pensiero, di cultura o di tradizioni di separarci, né che a causa di nostri comportamenti non improntati alla grazia si vengano a creare tensioni, litigi e pregiudizi che inducano alcuni ad allontanarsi dal Signore; adoperiamoci piuttosto per la pace e per l’edificazione della Chiesa. 

 

Tito 2:11 Infatti la grazia salvifica di Dio è apparsa a tutti gli uomini, 12 e ci insegna a rinunziare all'empietà e alle mondane concupiscenze, perché viviamo nella presente età saggiamente, giustamente e piamente, 13 aspettando la beata speranza e l'apparizione della gloria del grande Dio e Salvatore nostro, Gesù Cristo

Dio vuole estendere la Sua grazia a tutti; Egli non guarda all’esteriore e non fa differenza tra gli uomini.

Romani 15:7 Perciò accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo ci ha accolti per la gloria di Dio.

Quando eravamo ancora peccatori, Cristo ci ha accolto; senza di Lui avremmo accesso alla santità. Non ha preteso che diventassimo santi prima di accoglierci, perché senza di Lui non può esserci santità. Dobbiamo seguire il Suo esempio e non discriminare chi è diverso da noi, né pensare che le persone debbano cambiare a nostro piacimento per poterle trattarle e avere con loro comunione. Non rompiamo mai i rapporti a causa delle differenze.

 L’unica cosa su cui non dobbiamo scendere a compromessi è la Parola di Dio.  

 

In ogni cosa, comunque, accorre avere discernimento, infatti, quando l’apostolo Paolo disse di farsi tutto a tutti, non intendeva dire che in presenza di peccati si adeguava, ma che escogitava varie strategie per avvicinarsi a tutti e predicare l’Evangelo.

Per accettarsi gli uni gli altri, costruire relazioni secondo la grazia e avere comunione con i fratelli, occorre essere umili. Tuttora esistono chiese in cui non si è accettati in presenza di certe caratteristiche esteriori, eppure l’apostolo Paolo parla con riconoscenza del modo in cui fu accolto dai Galati quando, ammalato, andò a trovarli.

Galati 4:13 Voi non mi faceste torto alcuno; anzi sapete bene che fu a motivo di una malattia che vi evangelizzai la prima volta; 14 e quella mia infermità, che era per voi una prova, voi non la disprezzaste né vi fece ribrezzo; al contrario mi accoglieste come un angelo di Dio, come Cristo Gesù stesso.

Era stato colpito dalla malaria, terribile malattia che provoca repulsione, eppure fu accolto e ospitato con amore,  predicò e pregò per gli ammalati, molti dei quali furono guariti. Egli non guarì subito, la sua guarigione avvenne in seguito, ma nessuno se ne scandalizzò. Altri avrebbero criticato il fatto che un apostolo mandato da Dio fosse ammalato, ma egli in piena umiltà si recò da loro, che lo accettarono così com’era e per questo li lodò; con umiltà nell’epistola parlò della sua malattia senza vergognarsi, non la nascose.

La sua narrazione ci insegna che possiamo pregare per gli ammalati quando anche noi lo siamo, per il semplice fatto che a guarire non siamo noi, ma lo Spirito Santo, e che la malattia può toccare anche i figli di Dio, non per nulla il Signore ha provveduto i doni di guarigioni.

 

Dobbiamo adeguare il nostro pensiero alla Parola di Dio ed accettare le persone così come sono, per favorire la crescita della Chiesa.

 Ad esempio agli adolescenti, che sono portati alla ribellione e alle crisi proprie dell’età e che per tali motivi necessitano di maggiore comprensione, amore e misericordia, piuttosto che di aggressivi e minacciosi atteggiamenti di rifiuto, i genitori devono manifestare l’amore incondizionato di Dio. Anche agli amici dobbiamo manifestare lo stesso tipo di amore con cui Dio ha amato noi.

Se amiamo le persone senza dominarle, controllarle e costringerle a fare la nostra volontà, senza cercare di cambiarle a nostro piacimento, ma lasciandole libere, allora potremo dire di avere relazioni vere, non costruite su maschere d’ipocrisia.

 

Nel naturale siamo tutti diversi l’uno dall’altro, ma col Suo sacrificio Cristo ci ha reso uguali perché, per poterci dare la vita eterna, ci ha pagati tutti allo stesso prezzo.

Si è identificato con ciascuno di noi allo stesso modo e per tutti ha versato il Suo sangue; per tale motivo ai Suoi occhi siamo tutti uguali. Alla croce non ci sono differenze!  

Gesù è morto per noi, perché ci ha amato e stimato più di Se stesso quando eravamo ancora peccatori; ha scelto di soffrire al posto nostro per farci dono della salvezza e a noi chiede solo di credere nel valore del Suo sacrificio.

Il nostro obiettivo sia quello di diventare Suoi veri discepoli e in ogni cosa seguire le Sue orme    agendo con gli altri come Egli ha agito con noi, amandoli e stimandoli più di noi stessi, accettandoli così come sono e costruendo, sul Suo esempio e con la Sua Grazia, relazioni che consentano la comunione fraterna.

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Antonio Settecase