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Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 15 febbraio 2009
Oratore: Pastore
Lirio Porrello
Redazione a cura di
Caterina Di Miceli
1Corinzi 11:23
Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il
Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24
e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è
il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me».
25 Parimenti, dopo aver cenato,
prese anche il calice,
dicendo: «Questo calice è il
nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che
ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo
calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27
Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore
indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28
Ora ognuno esamini se stesso, e così
mangi del pane e beva del calice, 29
poiché
chi
ne mangia e beve
indegnamente, mangia e beve un
giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore.
30 Per questa ragione fra voi vi
sono molti infermi e malati,
e molti muoiono. 31 Perché
se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. 32
Ma quando siamo giudicati, siamo
corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo.
In apertura di
predicazione il pastore Lirio Porrello accenna ai tre aspetti più
significativi della Cena del Signore, su cui dobbiamo meditare:
1.
l’evento del passato di cui è memoriale: il pane e il vino ricordano
l’offerta del corpo e del sangue di Cristo, per mezzo di cui abbiamo
ottenuto la grazia;
2.
l’evento del presente a cui siamo chiamati: l’esame di noi stessi;
3.
l’evento del futuro: il ritorno di Gesù.
Si sofferma
quindi sull’espressione “non
discernendo il Corpo del Signore” e ne chiarisce il significato
affermando che discernere il Corpo del Signore vuol dire comprendere che: -
per potere stipulare con noi un Patto
in base al quale offrirci l’accesso al Corpo di Cristo, Dio permise che Gesù
si sacrificasse sulla croce al posto nostro e versasse tutto il Suo sangue; -
tutti coloro i quali fanno parte del Corpo di Cristo sono nati da
Dio, hanno ricevuto il Suo stesso Spirito, sono legati a Lui dallo stesso
Patto e sono fratelli.
Per gli Ebrei
la fratellanza non si riduceva a pura definizione, infatti la esprimevano
tangibilmente sostenendosi e aiutandosi reciprocamente. Lo fanno tuttora gli
Ebrei ortodossi, che si aiutano a vicenda, ad esempio donando agli altri la
biancheria e gli abiti che non vengono più ai loro figli, regalando tutto
ciò che per loro è superfluo e dando a chi ha meno, perché sentono in modo
forte l’appartenenza al popolo di Dio. Il risultato è
che anche chi ha un basso reddito, sta bene. Inoltre
considerano sacro il patto matrimoniale, sconoscono il divorzio, si prendono
cura dei figli e tengono all’unità della famiglia, con conseguenti riflessi
positivi in ogni senso, anche in quello economico.
Meditiamo sul
valore della fratellanza spirituale, poiché a nulla vale salutarci dicendo
“pace”, se poi ci disinteressiamo dei nostri fratelli! Il
cristianesimo va vissuto praticamente nella vita quotidiana e se siamo figli
di Dio, Suo popolo e nazione santa, non possiamo ignorare la richiesta di
aiuto del nostro fratello che è nel bisogno! Avere tanti
fratelli, che sono anche amici che s’interessano di noi, è la nostra
ricchezza; per questo dobbiamo, da parte nostra, proteggerli ed essere loro
custodi. Tutti siamo
destinati ad avere bisogno degli altri e dobbiamo essere pronti e zelanti
nel rispondere alle altrui necessità; anche chi è povero ha sempre qualcosa
da dare: una parola, un sorriso, un incoraggiamento, la propria presenza,
perché Dio ha dato a ciascuno di noi delle ricchezze da riversare sugli
altri. L’apprezzamento
che siamo soliti esprimere ai nostri fratelli in occasione della Santa Cena,
deve simboleggiare ciò che siamo chiamati a fare nella vita pratica. Discernere il
Corpo del Signore vuol dire, in definitiva, capire che tutti quelli che
fanno parte dalla Chiesa di Cristo, sono figli di Dio, Suo popolo e nostri
fratelli.
A questo punto il pastore condivide con la chiesa il
tema trattato nei giorni scorsi a Partitico, in occasione del full immersion
con gli oltre cento pastori provenienti da tutta Italia:
“Conflitti e debolezze nel ministero”. L’argomento induce a riflettere sul fatto che in genere siamo portati a condividere con gli altri le nostre vittorie, le nostre abilità e le qualità positive, ma non parliamo volentieri delle nostre debolezze e dei nostri limiti. In una società in cui tutti vogliono primeggiare, emergere e attirare gli altri con le proprie doti, in cui si è portati a mostrare una facciata gradevole che attiri apprezzamento e ammirazione, non piace mostrare i propri difetti. Non possiamo ignorare che molti matrimoni nascono sulla finzione e sull’inganno e che nel momento in cui vengono fuori i difetti, entrano inevitabilmente in crisi. Per il Signore, però, le debolezze non sono un fatto negativo, Egli simpatizza con esse perché vuole che confidiamo nel Suo aiuto. Ebrei 4:14
Avendo dunque un gran sommo sacerdote che è passato attraverso i cieli,
Gesù, il Figlio di Dio, riteniamo fermamente la
nostra confessione
di fede. 15
Infatti, noi non abbiamo un sommo sacerdote che non possa simpatizzare con le nostre
infermità, ma uno che è stato tentato in ogni cosa come noi, senza però
commettere peccato. Leggiamo che Gesù simpatizza con le nostre infermità, ma premesso che dal termine greco astenèias, che vuol dire fragilità, debolezza, mancanza di forza, il termine infermità non si riferisce necessariamente alla malattia, desumiamo che Gesù comprende i nostri limiti. Purtroppo non ci piace mostrare quanto siamo fragili,
preferiamo mostrarci forti, abili, capaci, superiori agli altri e recitiamo
tale parte, anche se a discapito della nostra salute, che
inevitabilmente ne risente.
Anche i più forti hanno debolezze e conflitti, in particolare davanti alle tentazioni. Nessuno può dare ad intendere di non essere tentato, se anche Gesù lo fu, solo che Egli vinse la tentazione perché sapeva come fare e se quando noi siamo tentati ci rivolgiamo a Lui, che è il nostro Sommo sacerdote, Egli ci indicherà il modo per vincere... 16 Accostiamoci dunque con piena fiducia al trono della grazia, affinché otteniamo misericordia e troviamo grazia per ricevere aiuto al tempo opportuno. …se invece diamo spazio all’orgoglio, non potrà aiutarci. Per ricevere il Suo aiuto dobbiamo cercarLo in ogni situazione ed essere simili ai bambini, che in ogni momento e per ogni loro bisogno chiamano: “mamma”. L’apostolo Paolo affermò: “quando io sono debole, allora sono forte” (2Corinzi 12:10), principio che vale anche per noi e che possiamo chiarire esaminando la storia di Giacobbe. Gemello di Esaù, a cui spettava la primogenitura e che era portato alle cose materiali, Giacobbe, pur essendo un imbroglione, aveva percezione spirituale e aspirava ad usurpare al fratello, che non ne comprendeva il valore, il diritto di primogenitura. Considerò un’occasione propizia il fatto che un giorno Esaù, affamato, gli avesse chiesto la sua minestra di lenticchie e gli propose uno scambio: la minestra al posto della primogenitura. Sul momento Esaù, che dava poca importanza alle cose spirituali, accettò e mangiò la minestra, ma successivamente, quando apprese che Giacobbe, complice la madre, con l’inganno aveva strappato al padre Isacco la benedizione spettante al primogenito, giurò di fargliela pagare, uccidendolo. Giacobbe fuggì e si rifugiò dallo zio Labano, dove s’innamorò della cugina Rachele e pur di averla in moglie promise allo zio che sarebbe stato al suo servizio per sette anni. Al termine di tale periodo Labano, con l’inganno, gli diede in sposa l’altra figlia, Lea. Dovette lavorare altri sette anni per avere in moglie anche Rachele e dopo essere stato sfruttato per quattordici anni da suo zio, per ordine dell’Eterno, con le mogli, i figli e le greggi, s’incamminò per fare ritorno nella sua terra dove avrebbe incontrato Esaù. Gli inviò dei messaggeri, i quali, però
tornarono da Giacobbe, dicendo: «Siamo andati da tuo fratello Esaù; ed
ora sta venendo egli
stesso ad incontrarti e ha
con lui quattrocento uomini» Genesi 32:6. Esaù aveva la chiara intenzione di fargli guerra! Giacobbe fece ricorso a tutta la sua perspicacia per trovare una soluzione, ma senza riuscirci. Suo fratello stava per raggiungerlo ed egli fu travolto dalla paura, avvertì tutta la sua fragilità, non vide via di scampo e infine invocò Dio. A Peniel gli apparve l’Angelo del Signore, con cui lottò per un’intera notte e mise tutta la sua forza per non essere vinto, ma ad un certo punto l’Angelo del Signore lo azzoppò colpendolo nella cavità dell’anca e a questo punto Giacobbe, indebolito, gli si aggrappò chiedendoGli di non andare via senza averlo benedetto. L’Angelo lo benedisse e gli cambiò il nome, lo chiamò Israele, che vuol dire “principe con Dio”. Forse Giacobbe
si aspettava che Dio lo avrebbe fortificato, ma poiché i Suoi pensieri sono
ben diversi dai nostri, invece di fortificarlo lo azzoppò, evidenziando il
bisogno che aveva di Lui e rendendolo candidato a ricevere Genesi 33:1 Giacobbe alzò
gli occhi, guardò e vide arrivare Esaù, che aveva con sé quattrocento
uomini. Allora divise i figli fra Lea, Rachele e le due serve. Giacobbe s’inchinò sette volte in piena umiltà davanti
a suo fratello, che da parte sua gli corse incontro, l'abbracciò, gli si gettò al collo e lo baciò; e
piansero! Dio compì un’opera grandiosa in entrambi: rese Giacobbe umile, capace di umiliarsi e di mostrare tutta la sua debolezza e operò anche nel cuore di Esaù, tanto che vedendolo, Giacobbe disse: vedere la tua faccia, è stato come vedere la faccia di DIO, e la vittoria di entrambi fu la loro riconciliazione. Il fatto che Esaù accettasse il dono di Giacobbe, indica che la loro riconciliazione sarebbe stata duratura. I pensieri di Dio non sono i nostri! Da allora Giacobbe zoppicò, ma camminò con Dio e ripose in Lui tutta la sua fiducia. Mettendo in luce le debolezze che erano in lui e che era solito mascherare con un’apparente forza, facendogli sperimentare angoscia, paura, incapacità e vulnerabilità, il Signore lo costrinse a ricordarsi di Lui! Anche noi, come Giacobbe, siamo portati a fare tutto da soli e ci aggrappiamo con tutte le nostre forze a Dio quando ci vediamo perduti. Il Signore vuole portarci al punto di confidare totalmente in Lui in ogni circostanza e permette che attraversiamo situazioni difficili che non potremmo mai superare con le nostre forze, con la nostra intelligenza, con le nostre capacità e con le nostre risorse, allo scopo di farci riconoscere il nostro bisogno di Lui, della Sua benedizione, della Sua Grazia, del Suo aiuto.
L’arroganza, la presunzione e la
forza umana impediscono a Dio d’intervenire nella nostra vita, mentre
riconoscere la nostra debolezza, la nostra fragilità e incapacità, ci
permette di dipendere da Lui, di confidare in Lui e di scoprire, come
Giacobbe, che quando siamo deboli, è allora che siamo forti, perché nella
nostra debolezza Dio può manifestare |
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