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Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, 6 aprile 2008
Oratore: Pastore Lirio Porrello
VINCI I TUOI NEMICI CON DIO
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
La predicazione è preceduta da un breve resoconto sull’incontro di pastori e leaders di varie chiese della città di Palermo e provincia che si è tenuto ieri nei locali di Partitico sul tema: “Unità nella diversità”. Hanno partecipato circa duecento persone motivate dagli stessi obiettivi: pregare insieme, riconoscere gli errori del passato, chiedersi perdono e perdonarsi a vicenda, abbandonare le accuse, le offese e le critiche, cambiare tipo di relazione e onorare nell’unità il Signore, che sulla terra ha lasciato una sola Chiesa, un solo Corpo, e più di ogni altra cosa desidera vederlo unito. Nella meravigliosa atmosfera che si è creata, si è avuta la percezione di cieli aperti e di una forte presenza di Dio. Il successo di questa prima esperienza incoraggia a promuovere altre iniziative ed è già allo studio un incontro di tutti i membri delle chiese coinvolte, che in considerazione del grande numero di persone che affluiranno potrà tenersi solo in un luogo aperto. È un privilegio per noi il fatto che un tale storico evento, primo in Italia, si sia realizzato nella nostra città e siamo certi che questa iniziativa stimolerà molti altri pastori, coinvolgendo un numero sempre maggiore di chiese.
Inizia quindi la trattazione del messaggio di oggi che in qualche modo ci prepara al tema del combattimento spirituale, oggetto della prossima conferenza. Il pastore prende lo spunto da quanto accadde al popolo d’Israele dopo la liberazione dall’Egitto e narrato nel libro dell’Esodo, in cui si legge che quando gli Ebrei, nell’attraversare il deserto, giunsero a Refidim, mormorarono contro Dio perché non avevano acqua e pensavano di essere stati da Lui abbandonati. Chiesero a Mosé di risolvere il problema e, interrogato l’Eterno, secondo le Sue istruzioni, egli percosse la roccia col bastone che aveva usato per aprire il Mar Rosso e da essa sgorgò l’acqua che dissetò il popolo.
Subito dopo questo primo problema, però, se ne presentò un altro: gli Amalechiti stavano tendendo loro un agguato. Dopo quattrocento anni di schiavitù gli Israeliti, del tutto inesperti nell’arte della guerra, si trovarono di fronte ad una situazione più grande di loro: avrebbero dovuto combattere contro un popolo guerriero, aggressivo e spietato, che uccideva per il piacere di uccidere, e che obiettivamente, nel naturale, non avrebbero mai potuto sconfiggere. Amalek, però, non sapeva che quel popolo imbelle, incapace di combattere e di affrontare la situazione, aveva un grande condottiero, Mosé, il quale non si perse d’animo pur essendo stato colto alla sprovvista e organizzò immediatamente una strategia di attacco sia sul piano naturale che su quello spirituale. Il combattimento ebbe luogo sul campo di battaglia con le armi naturali e nei luoghi celesti con quelle spirituali.
Esodo 17:9 E Mosè disse a Giosuè: «Scegli per noi degli uomini ed esci a combattere contro Amalek; domani io starò sulla vetta del colle col bastone di DIO in mano». 10 Giosuè fece come Mosè gli aveva detto e combattè contro Amalek, mentre Mosè, Aaronne e Hur salirono sulla vetta del colle. Esodo 17:11 Or avvenne che, quando Mosè alzava la sua mano, Israele vinceva; quando invece abbassava la sua mano, vinceva Amalek. 12 Poiché Mosè sentiva pesare le mani dalla stanchezza, presero una pietra, la collocarono sotto di lui ed egli vi sedette, mentre Aronne e Hur, uno da una parte e l'altro dall'altra, sostenevano le sue mani. Così le sue mani rimasero ferme fino al tramonto del sole. 13 Perciò Giosué sconfisse Amalek e la sua gente, passandoli a fil di spada.
Dio li aveva salvati dal faraone che li inseguiva, li aveva nutriti miracolosamente nel deserto con la manna e con le quaglie, aveva dato loro l’acqua facendola sgorgare dalla roccia, ma quando entrarono nella terra promessa furono subito attaccati da un popolo nemico. Cosa significa per noi tutto questo? Innanzitutto la roccia di cui si è parlato rappresenta Cristo e il fatto che quando fu percossa da essa sgorgò l’acqua, rappresenta il Suo sacrificio sulla croce, dove fu percosso per noi e da dove scaturì ogni Grazia, ogni benedizione, ogni vittoria. È da notare inoltre che gli Amalekiti tesero agli Ebrei l’agguato dopo la loro liberazione dalla schiavitù d’Egitto, non prima. Sono figura del nemico, che non attacca i suoi schiavi, i quali quindi non hanno da affrontare combattimenti spirituali, ma quelli che sono stati affrancati dalla sua schiavitù.
Il tipo di azione messo in atto da Mosè è quello che noi dobbiamo compiere quando ci troviamo in presenza di attacchi del maligno: come lui dobbiamo imparare a dipendere da Dio per sapere cosa fare per poter avere la vittoria, come lui dobbiamo condurre le nostre battaglie sia sul piano naturale che su quello spirituale, con la sola differenza che il nostro combattimento non è mai contro le persone, per quanto grandi possano essere i loro peccati e malvagie le loro azioni, ma contro la potenza del nemico che le manovra. Efesini 6:12 poiché il nostro combattimento non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti.
Dio non ci ha salvati per lasciarci poi in balia del maligno, Egli è con noi, sempre pronto a soccorrerci, ma vuole che sappiamo come affrontare le difficoltà della vita. La Scrittura ci avverte che abbiamo bisogno di rivestirci dell’intera armatura di Dio (Efesini 6:11-17) che ci protegge e ci mette in condizione di affrontare il nemico frontalmente. Davanti a lui non dobbiamo mai fuggire voltandogli le spalle, perché rimarremmo senza protezione, in quanto l’armatura ci protegge solo nella parte anteriore.
Per combattere contro Israele, gli Amalechiti si erano accampati a Refidim, ma Mosé non attese che attaccassero per primi, ordinò a Giosué di scendere a valle per affrontarli, mentre lui sarebbe salito sul colle con Hur e Aronne per intercedere (vv. 9-10). L’uno andò a combattere sul piano naturale, l’altro su quello spirituale. Durante il combattimento, il popolo d’Israele vinceva quando Mosé teneva le mani alzate e perdeva quando le abbassava; per tale motivo Aronne ed Hur sostennero le sue braccia per tutto il giorno (vv. 11-12). Senza la preghiera e l’intervento di Dio non avrebbero vinto! Da questa storia possiamo trarre, tra gli altri, un importante insegnamento: contro il maligno non possiamo agire da soli, abbiamo bisogno della collaborazione e del sostegno di altri fratelli. Giosuè e Mosé non mancarono di fare fino in fondo la loro parte anche se Dio era con loro, ma singolarmente non avrebbero potuto vincere, fu in un lavoro di squadra che riportarono una grande vittoria.
Considerata sul piano naturale, la situazione degli Ebrei era senza speranza. Gli Amalechiti erano spietati predoni del deserto, esperti nell’attaccare i viandanti e con lunga esperienza militare alle spalle, mentre gli Ebrei non sapevano combattere, ma dalla loro parte avevano Dio e l’impossibile vittoria, con Lui divenne possibile (v. 13). Senza l’intervento di Dio sarebbero caduti vittime degli Amalechiti.
Ogni elemento di questa storia ci insegna qualcosa. Giosué attraversò il deserto e andò incontro al nemico: allo stesso modo noi possiamo entrare nella terra promessa, fatta di benedizioni, solo se impariamo ad attraversare il mondo con tutte le sue insidie. Mosè tenne le braccia alzate, per avere la vittoria intercedette: così noi dobbiamo alzare mani pure davanti a Dio, intercedere e invocare il Signore. In quanto sacerdoti dell’Eterno, tutti siamo chiamati ad intercedere, ma anche noi, come Mosè, abbiamo bisogno che altri ci sostengano in preghiera. Mosé era un grande uomo di fede, eppure si stancò e fu sostenuto da Hur e Aronne: anche noi da soli non possiamo farcela e abbiamo bisogno dell’aiuto degli altri. Nessuno può vivere un cristianesimo solitario, chi si isola non può vivere nella vittoria. Persino l’apostolo Paolo, grande teologo del Nuovo Testamento, avvertì l’esigenza che altri pregassero per lui, infatti chiese agli Efesini di pregare per lui affinché potesse predicare la Parola di Dio con franchezza. Mosé teneva in alto il bastone di Dio, che rappresenta la fede, ed anche per noi, se terremo alta la nostra fede, Dio interverrà e ci darà la vittoria.
In definitiva, a determinare la vittoria d’Israele sugli Amalechiti fu un’azione parallela, condotta sul piano naturale e su quello spirituale. L’azione pratica di Giosué e l’intercessione di Mosé permisero a Dio d’intervenire, di dare la forza a tutti e soprattutto di far sì che gli Amalechiti entrassero in uno stato di stordimento tale da poter essere passati a fil di spada. Altro elemento determinante fu il sostegno che sia Giosué che Mosé ricevettero da quelli che erano con loro. Analoga situazione deve prodursi quando ci troviamo in battaglia contro il nemico: Dio è con noi e ci aiuta, ma non combatte al nostro posto; è essenziale che noi facciamo la nostra parte e soprattutto che non la facciamo da soli. Nelle sconfitte dobbiamo chiederci in cosa abbiamo mancato: forse non abbiamo avuto comunione fraterna e nel bisogno non abbiamo chiesto aiuto per mancanza di umiltà. Dobbiamo acquistare consapevolezza che in Cristo c’è vittoria e che, se Lo abbiamo ricevuto nel nostro cuore e accettato come nostro Signore, Egli sarà sempre dalla nostra parte, ma dobbiamo anche comprendere che non possiamo vivere il cristianesimo da soli e che dobbiamo stare nel Corpo di Cristo, a cui apparteniamo, per potere ricevere le benedizioni e conseguire le vittorie promesse.
La croce è la fonte della nostra vittoria. È sulla croce che Gesù ha vinto il maligno, sulla croce ha ottenuto per noi la libertà e ha dimostrato di essere dalla nostra parte, sulla Croce ha ottenuto per noi la vittoria! Dobbiamo solo credere che, come sulla croce Egli ci ha riscattati dalla schiavitù di Satana e del peccato, con Lui, attraverso la croce, possiamo vincere in ogni circostanza.
L’apostolo Paolo dice: 1Corinzi 15:57 Ma ringraziato sia Dio che ci dà la vittoria per mezzo del Signor nostro Gesù Cristo. e ancora: 1Giovanni 5:4 Poiché tutto quello che è nato da Dio vince il mondo; e questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede. 5 Chi è che vince il mondo, se non colui che crede che Gesù è il Figlio di Dio? Ringraziamo Dio anche noi per averci dato la vittoria su ogni macchinazione e attacco ordito dal maligno; ringraziamoLo perché Egli è dentro di noi ed è più grande di ogni problema; ringraziamoLo perché, se dipendiamo da Lui, ci dirà sempre come agire nelle situazioni difficili. Facciamo fino in fondo la nostra parte e confidiamo in Lui, che farà la parte rimanente, quella che noi non saremmo mai in grado di compiere. |
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