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Servizio di adorazione ore 10.30 – Palermo, domenica 4 agosto 2008
Oratore: Pastore Rosario Mascari
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Il pastore Rosario Mascari apre la predicazione con una
riflessione sul significato di Gesù “Agnello di Dio” che si celebra nella
Santa Cena, affermando che, come nel naturale un agnellino è docile,
amabile, buono e ispira tenerezza, così è Gesù, le Sue caratteristiche sono
proprio quelle di un agnellino, ma Egli è anche il Leone della tribù di
Giuda. Gesù è Agnello e Leone al tempo stesso. È l’Agnello docile e tenero,
la fonte della Grazia, Colui che ci nutre con Vengono letti i versetti di 1Corinzi 11:23- 1Corinzi 11:23 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27 Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, 29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. 30 Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. 31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. 32 Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo. Pur non avendo partecipato a quella Cena consumata dal Signore con i Suoi discepoli, l’apostolo Paolo ricevette la rivelazione del suo valore e dei significati che in essa dobbiamo cogliere. Il fatto che il Signore Gesù sia apparso ed abbia parlato a Lui che non era stato presente, anziché a Pietro o ad altri che vi avevano preso parte, fa dedurre che anche per noi non è tanto importante il fatto di essere fisicamente presenti alla celebrazione della Santa Cena, mangiare del pane e bere del vino, simboli di per sé privi di valore miracoloso, quanto l’attitudine con cui ci poniamo nei confronti di quello che essa rappresenta e che non si vede e la misura in cui siamo disposti ad esaminare noi stessi. Al di là dell’apparenza della celebrazione, nella Santa Cena dobbiamo cogliere la profonda sostanza spirituale che rappresenta e meditare su quanto avvenne alla Croce e su ciò che Gesù patì per ciascuno di noi. Nella nostra società che si definisce cristiana e nella quale abbondano i simboli che tendono a contraddistinguerne l’identità, di fatto sono pochi quelli che comprendono cosa avvenne alla croce. La passione di Cristo ci sconvolge sempre quando la vediamo rappresentata in un film e continua a scatenare in noi un forte choc emotivo anche se è avvenuta ben duemila anni fa, ma la cosa importante per noi non è provare emozioni, bensì comprendere che sulla croce Gesù si sostituì a noi, si fece carico dei nostri peccati e compì l’opera della nostra redenzione. Quando Gesù
invitò i Suoi discepoli a preparare Gli Ebrei
preparavano scrupolosamente il sacrificio pasquale: si prendevano cura
dell’agnellino appena nato, che doveva essere senza macchia, lo toglievano
alla madre, lo allevavano nella loro casa e poi, per Meditare sul sacrificio della croce è per noi essenziale al fine di mantenere vivo il ricordo di quanto è costata al Signore la nostra redenzione, la nostra liberazione dalla schiavitù di Satana e del peccato. In occasione della Santa Cena dobbiamo guardare anche dentro di noi e in particolare esaminare la nostra capacità di amare e di perdonare, perché senza amore e senza perdono anche la nostra fede diventa inefficace. Marco 11:25
E quando vi mettete a pregare, se
avete qualcosa contro qualcuno, perdonate affinché anche il Padre vostro,
che è nei cieli, perdoni i
vostri peccati. 26 Ma se
voi non perdonate, neanche il Padre vostro, che
è nei cieli, perdonerà i
vostri peccati». Per potere sperare nel perdono divino dobbiamo perdonare, non possiamo ricevere perdono se a nostra volta non perdoniamo. Senza perdono, la nostra preghiera è vana e apparente, perché in virtù di una legge spirituale la mancanza di perdono, che inevitabilmente è accompagnata da amarezza e risentimento, impedisce la comunione con Dio e quindi preclude la possibilità di essere perdonati. In realtà non è facile perdonare chi ci ha offeso e ferito e lo è ancor meno perdonare a noi stessi le colpe commesse, ma se chiediamo a Dio di aiutarci, Egli ce ne darà la capacità. Molti vivono nella mancanza di perdono e nei sensi di colpa, rimuginano sugli errori del passato, non hanno gioia, continuano a chiedere a Dio di perdonarli, ma non si sentono perdonati. Come è possibile? 1Giovanni 1:9
Se confessiamo i nostri peccati, egli
è fedele e giusto, da perdonarci i peccati e purificarci da ogni iniquità. A Pietro che Gli aveva chiesto quante volte bisogna
perdonare, Gesù rispose, scioccandolo, “fino
a settanta volte sette” (Matteo
18:22), al che Pietro Gli chiese di accrescere la sua fede proprio perché
perdonare è difficile e perdonarsi lo è ancor di più. Chissà quanto avrà pesato
sulla coscienza dell’apostolo Paolo, dopo la sua conversione, la lapidazione
di Stefano, che egli aveva approvato e a cui aveva assistito fino alla fine!
Egli, però, non si fece bloccare dai sensi di colpa, fu certo del perdono di
Dio. Non permettiamo ai sensi di
colpa di incatenarci al passato, perché non esiste peccato che Dio non possa
perdonare, dobbiamo solo esaminarci, guardare dentro di noi e metterci in
condizione di realizzare una vera comunione col Signore. Chiediamoci se stiamo
camminando nell’amore e nel perdono, se abbiamo negato il perdono a
qualcuno, se ci sentiamo pronti per il ritorno di Gesù o se invece ci siamo
allontanati da Lui. Chiediamo a Dio di perdonarci e accostiamoci alla Mensa
del Signore non come forse talvolta abbiamo fatto, mangiando del pane e
bevendo del vino come partecipando a un rito, ma vivendo con gioia
un’intensa comunione col Signore, liberi dal risentimento e dall’amarezza.
La mancanza di gioia è segno di mancanza di comunione, ma il cristianesimo è
bello perché dà sempre la speranza di poter ricominciare daccapo. Non
autopuniamoci per i peccati commessi, non lasciamoci schiacciare dai sensi
di colpa e non pensiamo di poter rimediare ad essi mediante buone opere,
dobbiamo soltanto andare a Dio, confessare i nostri peccati, liberarci dai
risentimenti e accostarci alla Santa Cena e alla Grazia che essa rappresenta
nella giusta condizione di cuore. Nel versetto 29 si parla di
discernere il Corpo del Signore: …chi
ne mangia e beve
indegnamente, mangia e beve un
giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. Il Corpo di Cristo va inteso
sia nel senso letterale, riferito al Suo corpo martoriato e spezzato sulla
croce per ciascuno di noi e grazie al quale possiamo ricevere guarigione: “e
per le sue lividure siete stati guariti” (1Pietro 2:25), sia nel senso
ampio di Chiesa. Tutti coloro che sono nati di nuovo appartengono al Corpo
di Cristo e per nessun motivo possiamo permetterci di disprezzare, non
riconoscere e non amare chi ne fa parte. Ogni nostro fratello è stato
acquistato da Gesù a prezzo di sangue e l’ira di Dio si accende contro chi,
non discernendo il Corpo del Signore, non perdona il fratello che ha
sbagliato e non lo ama. Chi non perdona e si accosta indegnamente alla Mensa del Signore, non essendo in comunione con Lui, mangia e beve un giudizio contro se stesso. Non perdonare, quindi, è come un boomerang che uccide, a tal punto è grave agli occhi di Dio!
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