Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 18 novembre 2007
Oratore: Pastore Lirio Porrello
GESÙ PUÒ AVERE FIDUCIA IN TE?
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Il tema della fede viene generalmente trattato a senso unico, quello della fede che il credente ripone in Dio, alla quale viene costantemente incoraggiato e che si basa sulla Sua fedeltà alle promesse fatte. In realtà questo è solo un aspetto della fede, poiché, come per tutte le cose riguardanti il rapporto tra Gesù e la Sua Chiesa, anche per quanto concerne la fede deve esserci reciprocità e quindi un altro aspetto sotto cui deve essere considerata la fede, quello relativo alla fiducia che Gesù può riporre in noi e che presuppone da parte nostra fedeltà e affidabilità. Se esaminassimo la nostra affidabilità per cercare di comprendere quanto Gesù può fidarsi di noi e in che misura portiamo a termine quanto ci chiede, quali sarebbero i risultati?
Nell’apostolo Giovanni troviamo un esempio di fede, ma anche di fedeltà e di affidabilità; vediamo cosa dice di lui la parte della Scrittura in cui è descritta la scena della croce.Giovanni 19:25 Or presso la croce di Gesù stavano sua madre e la sorella di sua madre, Maria di Cleopa e Maria Maddalena. 26 Gesù allora, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». 27 Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo l'accolse in casa sua. Vicino alla croce, negli ultimi istanti di vita di Gesù, stavano: sua madre, la di lei sorella Maria di Cleopa, Maria Maddalena e Giovanni. Poche persone, le uniche rimasteGli accanto nel momento del dolore, le sole che non si preoccuparono del pericolo che correvano esponendosi, visto che i seguaci di Gesù erano presi di mira e perseguitati. Furono le persone che Lo amavano di più a non lasciarLo solo, gli altri discepoli si erano dileguati, compresi Pietro e Giacomo, che assieme a Giovanni Gli erano stati più vicini durante il Suo ministero terreno. Erano stati con Lui sul monte della trasfigurazione, lo erano stati in occasione dei maggiori miracoli e poi nell’orto del Getsemani, quando Gesù li invitò a pregare, ma alla croce non c’erano, Pietro giunse al punto di rinnegarlo! Giovanni era l’unico dei discepoli ad amarLo di un amore vero e totale, fedele nella buona e nella cattiva sorte fu testimone oculare della Sua crocifissione e della Sua morte.
Nell’esaminare ciò che la Scrittura dice di lui, si colgono tre occasioni in cui egli manifesta quanto era grande la Sua fede in Gesù e tre occasioni in cui Gesù dimostra di fidarsi di lui.
1. Figlio di un pescatore di nome Zebedeo, ancora giovanissimo Giovanni fu chiamato da Gesù, assieme a suo fratello Giacomo, proprio quando stava per ereditare una redditizia attività di pesca. Apparteneva ad una famiglia agiata dell’alta società israelita, conosciuta persino dal sommo sacerdote Caiafa, che lo accoglieva nella sua corte… Giovanni 18:15 Or Simon Pietro e un altro discepolo seguivano Gesù. E quel discepolo era noto al sommo sacerdote, ed entrò con Gesù nel cortile del sommo sacerdote. 16 Ma Pietro restò alla porta di fuori. Allora l'altro discepolo, che era noto al sommo sacerdote, uscì e parlò alla portinaia e fece entrare Pietro. …tanto che un giorno con lui entrarono nella dimora di Caiafa anche Gesù e Pietro. La chiamata ricevuta da Gesù non lo aveva lasciato indifferente e, pur non sapendo che era il Messia, spinto da una grande fiducia in Lui, senza esitare lasciò ogni cosa: lavoro, prosperità economica e buona società, per seguirLo assieme a suo fratello. Il suo comportamento ci dice che possiamo valutare la nostra fede in base a ciò che siamo disposti a lasciare per il Signore, infatti chi più crede in Lui e nella Sua ricompensa, più è disposto a lasciare le cose terrene.
2. Giovanni amava tanto il suo Maestro che non si staccò mai da Lui, Gli stiede vicino fino al momento della morte in croce, mettendo in serio pericolo la sua vita. Non Lo aveva mai lasciato, aveva visto le folle seguirLo, era stato con Lui nei momenti di gloria e di successo, quando essere Suo seguace costituiva un privilegio e motivo di onore e non Lo lasciò neppure quando Lo arrestarono, durante il Calvario e al momento della crocifissione, quando stare con Lui costituiva un reale pericolo. Il suo modo di vivere il rapporto con Gesù fu certamente dettato da una grande fede in Lui!
3. Giovanni scrisse il suo Vangelo con l’intenzione di rimanere anonimo, infatti non parla mai di se stesso né dice mai il suo nome; si definisce: “Il discepolo che egli amava” ( Gv. 21:20) mettendo in risalto l’amore del Signore, non i suoi meriti. Unico motivo di gioia era per lui essere amato dal suo Signore e unico scopo quello di fare conoscere la redenzione da Lui acquistata per ogni persona che crede. Questo Giovanni aveva nel cuore e questa la grande fede che lo animava. Come lui, chi è vero discepolo di Gesù non desidera apparire ed ha nel cuore un unico desiderio: farLo conoscere. La smania di mettersi in mostra e di autoesaltarsi sono indice d’immaturità, ma se tali attitudini perdurano quando si diviene grandi nella fede, depongono male, poiché chi è maturo non vuole attirare l’attenzione, semmai aspira ad acquistare credibilità. A Giovanni non interessava far sapere chi era lo scrittore del suo Vangelo, disse soltanto di essere stato testimone oculare delle cose che scriveva; furono gli altri a dichiarare che quel Vangelo era suo.
Giovanni, dunque, aveva fede in Gesù, ma anche Gesù aveva fiducia in lui, lo riteneva affidabile, pronto a portare a compimento qualunque missione. 1. Gesù era certo che dopo la Sua morte, Giovanni avrebbe avuto un importante ruolo nel farLo conoscere, che avrebbe dato fedele testimonianza e avrebbe riferito tutto in modo scrupoloso e corretto. E così fu. Gesù lo onorò permettendogli di scrivere ben cinque libri della Bibbia: il Vangelo, tre epistole e l’Apocalisse, che contiene la rivelazione riguardante gli ultimi tempi. Il suo Vangelo, scritto dopo gli altri tre di Matteo, Marco e Luca, ha grande valore perché contiene notizie di cui gli altri evangelisti parlano poco e per sentito dire, non avendole vissute in prima persona. Solo Giovanni parla dettagliatamente, ad esempio, della crocifissione, essendone stato testimone oculare: “quello che abbiamo visto e udito, noi ve lo annunziamo” (1Giovanni 1:3).
2. Gesù aveva tanta fiducia in Giovanni da instaurare con lui un rapporto di profonda amicizia, senza segreti, infatti solo a lui svelò chi stava per tradirLo. Gesù non può dire i Suoi segreti a chiunque, ma solo alle persone che Gli sono più vicine, a chi ha con Lui un rapporto di grande intimità.
3. Ritornando alla croce e rileggendo i versetti inizialmente citati, notiamo che Gesù, vedendo sua madre e presso di lei il discepolo che egli amava, disse a sua madre: «Donna, ecco tuo figlio!». Poi disse al discepolo: «Ecco tua madre!». E da quel momento il discepolo l'accolse in casa sua. Ai piedi della croce, quindi, stava Maria in preda a un’angoscia infinita. Si adempiva la profezia del vecchio Simeone “ …a te una spada trafiggerà l'anima” (Luca 2:35). Con lei erano sua sorella Maria di Cleopa e Maria di Magdala che, riconoscente verso Gesù per essere stata liberata da molti demoni oltre che dalla vita che aveva condotto prima di conoscerLo, Gli fu fedele fino alla fine e il Signore ricompensò il suo amore apparendole per prima, dopo la risurrezione. Gli altri Lo avevano abbandonato, alla croce non c’erano neppure i Suoi fratelli e le Sue sorelle!
Le parole dette da Gesù in questi versetti trovano spiegazione nell’usanza ebraica secondo cui il primogenito aveva il compito di prendersi cura della madre dopo la morte del padre. Evidentemente Giuseppe doveva essere morto da molto tempo se la Scrittura non ne parla più dopo l’episodio in cui si narra che a Gerusalemme Maria e Giuseppe cercavano Gesù, avendoLo smarrito. Gesù si era preso cura di sua madre e persino in quei tragici e dolorosi momenti, sulla croce, si preoccupò di lei. Vedendo che vicino le stava Giovanni, le disse «Donna, ecco tuo figlio!», e a Giovanni «Ecco tua madre!». Da quel momento il discepolo l'accolse in casa sua e fedele all’incarico la tenne con sé fino a quando morì. Secondo la tradizione soltanto allora Giovanni andò via da Gerusalemme. I fratelli di Gesù, che non avevano creduto in Lui mentre era vivo, dopo la Sua morte si convertirono, ma Giovanni assolse fino alla fine l’incarico ricevuto. Gesù lo delegò nel prendersi cura di Maria perché conosceva la sua fedeltà e affidabilità e lo riteneva capace di assolvere anche l’incarico di prendersi cura di una donna anziana.
Giovanni fu uno dei pochi discepoli a morire di morte naturale. Visse fino a circa cento anni e spese tutta la sua vita facendo discepoli. Per molto tempo rimase l’unico punto di riferimento per la chiesa primitiva, il cui il peso e la cui responsabilità ricadevano su di lui. Quando fu trasferito nell’isola di Patmos ebbe rivelata l’Apocalisse.
Tra i suoi discepoli c’era Policarpo, divenuto vescovo della chiesa di Smirne e martirizzato all’età di ottantasei anni, nel 177 d. C., 76 anni dopo la morte di Giovanni. Era il tempo in cui i Romani perseguitavano e mandavano a morte i cristiani perché rifiutavano di riconoscere la divinità dell’imperatore e predicavano che c’è un solo vero Dio, Gesù Cristo il Signore. I Romani li definivano atei e consideravano inaccettabile la loro dottrina. Tra i perseguitati ci fu Policarlo. Imputato di fomentazione perché si rifiutava di parlar male di Gesù e di riconoscere che Cesare era dio, finì davanti al governatore per essere giudicato. Pur sapendo che sarebbe stato condannato al rogo, perché in sogno aveva visto un cuscino prendere fuoco sotto il suo capo, Policarpo sovvenne all’imbarazzo del governatore che, impietosito per la sua tarda età, cercava di convincerlo ad accettare le sue richieste e avere salva la vita, confermando di essere un cristiano, di non poter parlare male di Chi gli aveva fatto del bene ogni giorno e di essere pronto a subire la condanna che gli spettava. Lo esortò quindi ad assolvere il suo compito e a pronunciare la sentenza. La condanna ebbe immediata esecuzione. Policarpo non volle farsi incatenare, perché era certo che Dio gli avrebbe dato la forza di non muoversi, quindi lo legarono con le mani dietro la schiena, come un montone scelto da un grande gregge, per essere offerto a Dio come olocausto. Prima di morire, in una infuocata preghiera espresse ringraziamento e riconoscenza al Padre per il privilegio concessogli di far parte del numero dei martiri e dopo averGli reso lode, onore e gloria, all’amen fu appiccato il fuoco. A quel punto gli astanti assistettero ad un miracolo: le fiamme lo circondavano assumendo la forma di una volta, ma non bruciavano il suo corpo che, anziché avere l’aspetto di carne bruciata, aveva quello di oro e argento arroventati ed emanava un forte odore d’incenso e di profumi vari. Visto che il corpo non si bruciava fu dato all’esecutore l’ordine di ucciderlo con la spada e il sangue che uscì fu tanto abbondante da spegnere il fuoco. A scrivere la sua storia fu un membro della chiesa di Smirne che, tra l’altro, definisce Policarpo: “maestro apostolico e profetico” e dichiara che tutte le sue parole si sono avverate. Policarpo aveva appreso da Giovanni a vivere per fede e fu capace di testimoniarla fino al martirio, che affrontò con coraggio e dignità e che anzi considerò un privilegio. Le storie di persone come Giovanni e come Policarlo ci pongono davanti a riflessioni e interrogativi.
Noi sappiamo di aver bisogno di Gesù e abbiamo la certezza che riponendo in Lui tutta la nostra fiducia non saremo delusi, ma Lui può riporre in noi la Sua fiducia? Anche Gesù ha bisogno di noi, per questo ci ha delegati a portare al mondo il Suo messaggio e a farLo conoscere… ma fino a che punto può fidarsi di noi? Egli cerca persone fedeli a cui affidare i compiti più importanti e delicati; persone a cui non interessa apparire, che Lo amano di un amore puro e sincero, e desiderano avere con Lui un rapporto profondo.
Cosa Gli risponderemmo se ci chiedesse di fare qualcosa per Lui? Esaminiamoci, riconosciamo le nostre infedeltà, il nostro raffreddamento nei Suoi confronti, la nostra superficialità nell’adempimento degli incarichi ricevuti, l’incostanza, le paure in presenza di persecuzioni, l’indisponibilità, lo scarso coraggio nel testimoniare il Suo amore e la Sua grazia. Riconosciamo in che misura siamo fedeli e affidabili e se siamo degni della Sua fiducia. Nel caso ci troviamo mancanti in qualcosa, andiamo alla Sua presenza, adoriamoLo e mentre siamo a tu per tu con Dio, riconsacriamoci a Lui. |
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