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Servizio di adorazione ore 8.00 - Palermo, domenica 9 dicembre 2007
Oratore: Pastore Lirio Porrello
LA CENA DEL SIGNORE
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
1Corinzi 11:23 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27 Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, 29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. 30 Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. 31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. 32 Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo. 33 Pertanto, fratelli miei, riunendovi per mangiare, aspettatevi gli uni gli altri. 34 E se qualcuno ha fame, mangi a casa, affinché non vi riuniate per attirarvi un giudizio. Or quanto alle altre cose le Sistemerò quando verrò.
Con queste parole l’apostolo Paolo comunicò alla chiesa di Corinto quanto il Signore gli aveva rivelato riguardo all’Ultima Cena da Lui consumata con i Suoi discepoli prima della crocifissione, in merito al Nuovo Patto sancito nel Suo sangue. Fu l’ultimo fatto da Dio con l’uomo, la Nuova ed Eterna Alleanza, un Patto eterno che istituì nella persona del Suo Unico Figlio Gesù e in cui entrano tutti quelli che Lo accettano come personale Signore e Salvatore.
Le parole di Paolo, ricche di contenuto, ci inducono a rivolgere il pensiero al passato, a guardare indietro nel tempo, al sacrificio di Gesù e alla Sua morte in croce; a guardare al presente, alla nostra condizione spirituale e al bisogno di esaminarci al fine di mantenerci integri e camminare santamente in accordo alla volontà di Dio; a guardare al futuro, al Suo ritorno (vv. 26-28).
In questi versetti si colgono vari aspetti: Il Memoriale: la Cena del Signore viene celebrata per ricordare che il sacrificio di Gesù è stato il mezzo per cui abbiamo ottenuto la Grazia. Il pane e il vino simboleggiano l’offerta del Suo corpo e del Suo sangue. L’Annuncio: celebrare la Santa Cena vuol dire annunciare che Gesù è morto per la nostra salvezza, e questo dovrà essere fatto da ogni credente sempre, fino al Suo ritorno.
La Comunione, che deve essere considerata nel suo duplice aspetto: - verticale, che riguarda il nostro rapporto con Dio e mette in luce da una parte tutte le nostre imperfezioni e debolezze, dall’altra la Sua santità, la Sua fedeltà, la Sua perfezione, il Suo amore incondizionato; - orizzontale, riguardante il nostro rapporto coi fratelli, da cui deve emergere il nostro amore, la nostra capacità di relazionare con loro, il nostro grado di maturità spirituale. Chi non riesce ad instaurare rapporti con i fratelli denota immaturità, infatti il Cristianesimo non è una “religione” puramente teorica e astratta, ma uno stile di vita e conoscere Cristo per esperienza deve necessariamente tradursi nella manifestazione pratica del Suo amore e nella capacità di avere buoni rapporti con gli altri.
Il Patto, la Nuova ed Eterna Alleanza che Gesù stabilì con i Suoi discepoli, prevede stabilità nei rapporti. Come in quello matrimoniale e come in ogni altro patto, quello che ci lega al Signore prevede una stabilità di rapporti e una fedeltà che non possono essere intaccati dalle circostanze. Chi è fedele al Patto non lo rompe, non si allontana da Dio perché viene colpito da eventi negativi o perché un fratello ha sbagliato.
Il Giudizio contro se stessi: è quello che ricade su coloro i quali si accostano alla Mensa del Signore indegnamente, in condizione di peccato. Per evitarlo è necessario che prima di partecipare alla Santa Cena si confessino i peccati commessi, si chieda perdono alle persone a cui si è fatto del male, si perdonino le offese ricevute.
Il pastore Lirio introduce il tema delle relazioni, che questa mattina intende approfondire, riferendo le esperienze da lui vissute al tempo della sua conversione a Cristo, nel lontano 1975. Dice di essersi stupito nel notare che per quei giovani che gli avevano portato il messaggio del Vangelo, il Cristianesimo era uno stile di vita, mentre per lui consisteva semplicemente nel credere nell’esistenza di un Dio, che però non faceva parte della sua vita, ne era totalmente fuori. Toccato dal messaggio, si addentrò nella lettura della Bibbia, fu subito convinto di peccato, cioè ricevette la rivelazione che si trovava in una condizione di peccato e di condanna e che credere nell’esistenza di Dio non era sufficiente per essere salvato; sperimentò una fase di grande travaglio interiore che lo portò a prendere, infine, la decisione di arrendersi a Cristo con tutto il cuore. Entrato a contatto con le chiese cristiane, notò subito tanti aspetti positivi, come la sincerità e la vita di preghiera dei credenti, ma scoprì anche molti problemi legati principalmente alla mancanza di conoscenza, all’assenza totale di insegnamento, alla mancanza di cura delle persone, per cui anche dopo decenni, mancando di conoscenza biblica, scadevano in una vita religiosa che si limitava alla frequenza delle predicazioni domenicali e tutt’al più all’ascolto di una predicazione infrasettimanale. Sostanzialmente la loro vita non cambiava. Tutto questo suscitò in lui un tale bisogno di conoscenza che lo portò, per oltre un trentennio, ad approfondire la Scrittura, a predisporre studi per un insegnamento sistematico della Parola di Dio, a scrivere libri su vari e interessanti argomenti, sia di studio che relativi a tematiche specifiche. Gran parte delle persone che oggi frequentano la chiesa hanno frequentato per molti anni, a vari livelli, corsi di studio della Parola di Dio. “Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza”, dice il Signore, e in base a questo monito, durante tutto il suo ministero, principale obiettivo è stato quello di far conoscere la Scrittura, nella consapevolezza che la conoscenza dà luce, libera dalle tenebre spirituali, svela scenari meravigliosi e inimmaginabili, guida a camminare sulla Via che porta alla salvezza.
Il pastore conclude la sua testimonianza portando la chiesa a conoscenza di una cosa nuova che il Signore gli ha messo in cuore per il prossimo anno: dopo essersi tanto dedicato alla ricerca della Verità e all’insegnamento, lo ha esortato ad aiutare la chiesa, che è molto cresciuta nella conoscenza della Verità, a crescere anche nelle relazioni interpersonali. Il Cristianesimo, afferma il pastore, è una “religione” di relazioni e, per quanto non vada sminuito il valore della conoscenza, peraltro perseguita con impegno e dedizione, non è meno importante che la chiesa cresca anche nella capacità di relazionare con gli altri, perché la maturità del credente non misura solo in base a quanto si conosce, ma anche in base alla sua capacità di avere relazioni, all’interesse che manifesta per le persone, all’amore che sa loro esprimere, alla fiducia che riscuote.
Tutte le volte che Dio ha iniziato con qualcuno una relazione tesa a cambiare le cose, lo ha fatto mediante un patto. Lo fece con Abrahamo: Genesi 15:18 In quel giorno l'Eterno fece un patto con Abrahamo dicendo: «Io do alla tua discendenza questo paese, dal torrente d'Egitto al grande fiume, il fiume Eufrate… Cos’è un Patto? È un accordo tra due persone che s’impegnano ad essere fedeli l’un l’altro per tutta la vita; un patto quindi presuppone impegno, fedeltà e stabilità duratura, come avviene (o dovrebbe avvenire) in quello matrimoniale.
Genesi 15:6 Ed egli credette all'Eterno, che glielo mise in conto di giustizia. Dio chiese ad Abrahamo di credere in Lui e poiché Abrahamo si fidò e Gli credette, Dio glielo mise “in conto di giustizia”. Nell’A. T., più che assenza di colpa, per giustizia s’intendeva “una relazione corretta”, pertanto fu esclusivamente in virtù della sua fede in Dio che Abramo poté instaurare con Lui una corretta relazione e da parte Sua il Signore s’impegnò ad essere sempre presente nella sua vita, ad aiutarlo, incoraggiarlo e renderlo partecipe della Sua grazia a prescindere da come si sarebbe comportato e dagli errori che avrebbe commesso.
Anche noi, che eravamo sviati e lontani da Dio, per mezzo della croce siamo stati riconciliati al Padre e possiamo avere con Lui una nuova e corretta relazione. 2Corinzi 5:18 Ora tutte le cose sono da Dio, che ci ha riconciliati a sé per mezzo di Gesù Cristo e ha dato a noi il ministero della riconciliazione, Abbiamo ricevuto il ministero della riconciliazione per far sì che altri siano riconciliati al Padre ed anche per riportare la pace tra persone che hanno interrotto i buoni rapporti. Dio vuole che coltiviamo i rapporti di amicizia e che impariamo ad instaurare con gli altri buone relazioni, ma le persone possono stare bene con noi solo se ispiriamo fiducia. Se nella nostra vita c’è la tendenza al litigio, eliminiamola, poiché litigare impoverisce, mentre riconciliarsi arricchisce!
Quando siamo stati riconciliati al Padre, abbiamo ricevuto la vita eterna, la cui definizione si trova nel Vangelo di Giovanni: Giovanni 17:3 Or questa è la vita eterna, che conoscano te, il solo vero Dio, e Gesù Cristo che tu hai mandato. La vita eterna consiste nel conoscere Dio, nell’avere con Lui una relazione personale e fare con Lui delle esperienze. La maturità del cristiano non si riconosce da come fluisce nei doni dello Spirito, che pure sono importanti, ma dalla qualità delle sue relazioni, dall’amore che sa esprimere agli altri, dalla gioia che lo contraddistingue e che fa parte del frutto dello spirito, dalla riservatezza che adotta nel correggere un fratello che ha sbagliato nei suoi confronti (Marco18:15). Queste sono le caratteristiche che ispirano fiducia e attraggono le persone.
Giovanni 13:35 Da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri». Non giova a nulla avere cultura, prestigio, conoscenza, i maggiori doni dello Spirito Santo in manifestazione, fare opere buone e …non avere amore! 1Corinzi 13:1 Quand'anche parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non ho amore, divento un bronzo risonante o uno squillante cembalo. 2 E se anche avessi il dono di profezia, intendessi tutti i misteri e tutta la scienza e avessi tutta la fede da trasportare i monti, ma non ho amore, non sono nulla. 3 E se spendessi tutte le mie facoltà per nutrire i poveri e dessi il mio corpo per essere arso, ma non ho amore, tutto questo niente mi giova.
Per avere relazioni perfette, dobbiamo imitare Gesù. Le folle Lo seguivano perché da Lui si sentivano amate: non accusava nessuno, non condannava e non giudicava, non accettava le persone in base a come si comportavano, non rifiutava nessuno, ma soccorreva tutti, incoraggiava, esortava, dava fiducia. I Suoi discepoli si infastidivano per la presenza dei bambini o di alcune persone insistenti, mentre Lui accoglieva tutti con amore e rispondeva sempre alle richieste di aiuto. Se le persone non ci cercano e non ci seguono è perché da noi non si sentono amate, non si sentono accettate. Romani 8:29 Poiché quelli che egli ha preconosciuti, li ha anche predestinati ad essere conformi all'immagine del suo Figlio affinché egli sia il primogenito fra molti fratelli.
Imitiamo Cristo, non assecondiamo la tentazione di rifiutare chi si comporta male, controlliamo certi impulsi inconsulti, dominiamo le reazioni dovute all’ira, costruiamo buone relazioni sulla base dell’amore e della pace del Signore che è nei nostri cuori, impariamo a crescere nella capacità di diventare conformi a Lui anche sul piano delle relazioni!
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