Servizio di adorazione ore 8.15 – Palermo, domenica 28 maggio 2006

 

Oratore: Pastore Lirio Porrello

 

LA GUARIGIONE DEL PARALITICO DI BETESDA

 

Redazione a cura di Caterina Di Miceli

 

Ancora un messaggio d’incoraggiamento alla fede, dopo quelli delle scorse domeniche, e di esortazione a non trascurare il nutrimento del proprio spirito, cioè la lettura e la meditazione quotidiana della Parola di Dio, da cui la fede nasce e con la quale si alimenta e cresce. Oggi viene posta all’attenzione la guarigione del paralitico della piscina di Betesda, riportato esclusivamente dal Vangelo di Giovanni (Gv. 5:1-15). 

 

Giovanni 5:1 Dopo queste cose, ricorreva una festa dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. 2 Or a Gerusalemme, vicino alla porta delle pecore, c'è una piscina detta in ebraico Betesda, che ha cinque portici. 3 Sotto questi giaceva un gran numero di infermi, ciechi, zoppi e paralitici, i quali aspettavano l'agitarsi dell'acqua. 4 Perché un angelo, in determinati momenti, scendeva nella piscina e agitava l'acqua; e il primo che vi entrava, dopo che l'acqua era agitata, era guarito da qualsiasi malattia fosse affetto. 5 C'era là un uomo infermo da trentotto anni. 6 Gesù, vedendolo disteso e sapendo che si trovava in quello stato da molto tempo, gli disse: «Vuoi essere guarito?». 7 L'infermo gli rispose: «Signore, io non ho nessuno che mi metta nella piscina quando l'acqua è agitata, e, mentre io vado, un altro vi scende prima di me». 8 Gesù gli disse: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina». 9 L'uomo fu guarito all'istante, prese il suo lettuccio e si mise a camminare. Or quel giorno era sabato. 10 I Giudei perciò dissero a colui che era stato guarito: «È sabato; non ti è lecito portare il tuo lettuccio». 11 Egli rispose loro: «Colui che mi ha guarito mi ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"». 12 Essi allora gli domandarono: «Chi è quell'uomo che ti ha detto: "Prendi il tuo lettuccio e cammina"?». 13 Ma colui che era stato guarito non sapeva chi egli fosse, perché Gesù si era allontanato a motivo della folla che era in quel luogo. 14 Più tardi Gesù lo trovò nel tempio e gli disse: «Ecco, tu sei stato guarito; non peccare più affinché non ti avvenga di peggio». 15 Quell'uomo se ne andò e riferì ai Giudei che era Gesù colui che lo aveva guarito. 16 Per questo i Giudei perseguitavano Gesù e cercavano di ucciderlo, perché faceva queste cose di sabato.

 

Questo Vangelo, scritto col preciso scopo di dimostrare che Gesù Cristo è il Figlio di Dio e che credendo in Lui si riceve salvezza e guarigione, riporta il miracolo della guarigione del paralitico di Betesda come il terzo da Lui compiuto dopo quello delle nozze di Cana di Galilea, allorché trasformò l’acqua in vino sotto gli occhi dei discepoli che cominciarono a credere nel suo potere soprannaturale e quello della guarigione del figlio dell’ufficiale regio, compiuto a Kafar Nahum.

 

La piscina di Betesda, che letteralmente vuol dire “Casa della Misericordia”, si trovava a Gerusalemme ed era un luogo di raccolta di ammalati e d’infermi di ogni tipo, che vi affluivano in gran numero perché speravano nell’intervento divino nella loro vita e credevano che in quel luogo avrebbero potuto ricevere la loro guarigione miracolosa. A Betesda infatti Dio manifestava la Sua Misericordia inviando in determinati momenti un angelo ad agitare le acque, e il primo che se ne accorgeva e s’immergeva, guariva immediatamente da qualunque malattia fosse affetto. 

 

Dalla Galilea, Gesù si era recato a Gerusalemme per partecipare ad una festa dei Giudei, probabilmente la Pasqua, e aveva affrontato circa tre giorni di faticoso cammino in salita, dato che tra la Galilea e Gerusalemme c’è un dislivello di  900 metri, pur di ubbidire ai comandi del Padre, gli Ebrei infatti celebravano le feste sulla base degli insegnamenti della Scrittura. Di certo altre volte si era recato in quella città, ma quella fu la prima volta in cui ministrò agli infermi per dimostrare che era Lui la Misericordia di Dio fatta carne, Colui che … perdona tutte le iniquità e guarisce tutte le infermità” Salmo 103:3.  

 

Ogni giorno sotto i portici della piscina si ammassava un gran numero di ammalati e d’infermi, ma fra i tanti Gesù fu attratto da un uomo che giaceva paralizzato. Quegli infermi rappresentano coloro che, vivendo nel peccato e imbrigliati nei vizi, sono spiritualmente storpi, ciechi o paralitici, e se Gesù fu mosso a compassione proprio dal paralitico è perché rappresentava l’uomo spiritualmente morto nei falli e nei peccati (Efesini 2:1), desideroso di cambiare la propria condizione ma impossibilitato a farlo. Pur vivendo immobilizzato da trentotto anni, non aveva perso la speranza nella guarigione divina, tanto che si trovava anche lui in quel luogo, e alla domanda: «Vuoi essere guarito?» postagli dallo sconosciuto (non sapeva che era Gesù a parlargli), dapprima rispose autocommiserandosi, ma poi, al comando: «Alzati, prendi il tuo lettuccio e cammina», credette, si alzò e camminò. La sua fede, accompagnata dall’azione, creò ugualmente i risultati sperati;  quell’incontro con Gesù gli cambiò radicalmente la vita, mentre se avesse deciso di non credere, sarebbe rimasto nella sua paralisi.

 

La raccomandazione “non peccare più affinché non ti avvenga di peggio”,  può lasciare perplessi e far riflettere su cosa può esserci di peggio della paralisi, ma una cosa peggiore c’è: l’eterna perdizione! Ricevere il miracolo di una guarigione fisica non assicura infatti la salvezza, per la quale occorre prendere le distanze dal peccato.

 

Quell’uomo non sapeva di parlare con Gesù, il Messia, eppure credette a ciò che gli aveva detto e senza esitare ubbidì, invece di mettere in azione il suo razionalismo, si alzò e camminò. L’ubbidienza a Cristo gli giovò l’istantanea guarigione, ma gli fece anche sperimentare la persecuzione dei religiosi che, pur trovandosi nella Casa della Misericordia, non riconobbero l’amore, la misericordia e la potenza di Dio, né gioirono per quella guarigione, perché il loro bigottismo glielo impediva, ed ubriachi di religiosità com’erano, seppero solo cogliere l’inosservanza alla Legge, il fatto che in giorno di sabato quell’uomo portasse a casa il lettuccio su cui prima giaceva. Saputo infine che quell’ordine veniva da Gesù, cominciarono a perseguitarLo, tramando persino di ucciderLo. 

 

In ogni sua narrazione, l’apostolo Giovanni mette a confronto le cose morte della religione con la vita che c’è in Cristo, e da questo brano emerge in tutta la sua chiarezza la differenza esistente tra la potenza misericordiosa e miracolosa del Cristo, da una parte, e la religione legalista e formale, pronta al rimprovero e alla persecuzione, incapace di cogliere la divinità di Gesù, di provare gioia di fronte a un grande miracolo e di capire che Egli era il Signore del sabato, dall’altra.

 

Nella piscina di Betesda, come in ogni altro luogo in cui gli Ebrei s’immergevano, l’acqua era corrente, sempre rinnovata da un flusso continuo di entrata e di uscita;  per la loro purificazione non entravano mai in acque stagnanti, per battezzarsi utilizzavano il fiume Giordano o il mar di Galilea, di cui il Giordano è immissario ed emissario, e in quella piscina, quando l’angelo agitava le acque, chi aveva fede, attenzione desta e s’immergeva per primo, veniva guarito.

Le acque agitate rappresentano il rhema di Dio che chiamava alla guarigione, e chi a quel rhema rispondeva per primo e per fede s’immergeva, la riceveva.

 

Da questa Scrittura si traggono numerosi insegnamenti:

-         Per dare soluzione ad ogni nostro problema abbiamo bisogno del rhema di Dio, di una Parola specifica proveniente dal Suo trono. Tutti abbiamo bisogno dei Suoi rhema, ma per averli dobbiamo desiderarli, cercare la Sua faccia e saper attendere in preghiera, anche digiunando e  senza prendere decisioni sulla base dei nostri ingannevoli sentimenti. Sottomettiamo dunque a Dio ogni nostro problema, aspettiamo il Suo rhema e su quello agiamo per fede anche se talvolta il Suo punto di vista può contrastare nettamente col nostro. Non cerchiamo di far dire a Dio ciò che noi vogliamo, e quando parla, ascoltiamoLo ed ubbidiamoGli, perché dal Suo trono scende una parola perfetta, il meglio per noi, la soluzione al problema! CrederGli equivale a trasformare la nostra speranza in certezza, e agire sul rhema trasforma la certezza in realtà, infatti le cose che avevamo sperato si concretizzano miracolosamente, i problemi trovano soluzione, la vita cambia! 

 

-    La Sua parola solleva dallo stato di paralisi spirituale, dà vita e guarigione, infonde energie nuove, come le ricevette quell’uomo che, una volta guarito, fu in grado di trasportare il suo lettuccio.

 

-         In ogni rhema di Dio è insita una promessa, ma come avviene per tutte le Sue promesse, Dio può fare la Sua parte, la più importante e determinante, solo se noi per fede e senza esitare agiamo sulla Sua  parola. 

 

 Per obbedire al Padre, Gesù partecipava alle festività comandate dalla Scrittura, ed anche noi dobbiamo obbedire ai Suoi comandi non trascurando di partecipare alle riunioni di preghiera con i fratelli, come si legge in Ebrei 10:25. 

 

Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e in eterno (Ebrei 13:8), è un Dio di misericordia che vede le nostre miserie e si accosta anche a noi, come al paralitico di Betesda, per dirci: “Vuoi essere guarito?” dandoci così un obiettivo, per metterci in guardia: “…non peccare più affinché non ti avvenga di peggio”, per dare soluzione soprannaturale ai nostri problemi; ma perché nella nostra vita le situazioni negative cambino, dobbiamo cercare la Sua faccia, spendere tempo in preghiera, ricevere una parola specifica proveniente dal Suo trono di Misericordia e su di essa agire: allora le nostre speranze diverranno miracolosamente realtà!      

 

 

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Antonio Settecase