Servizio di adorazione ore 8.15 – Palermo, domenica 21 maggio 2006
Oratore Pastore Rosario Mascari
LA GRANDE FEDE DI UN GENTILE
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Dopo la morte e resurrezione di Gesù, i Suoi discepoli stentarono un po’ a comprendere che il regno di Dio sulla terra riguardava tutti gli uomini e non soltanto il popolo d’Israele, come credevano nonostante durante il Suo ministero terreno fossero stati testimoni di vari episodi abbastanza chiari in proposito. Tra gli altri riportati dalla Scrittura è particolarmente significativo quello riguardante il centurione romano, che da Gesù ottenne la guarigione del suo servo.
Matteo 8:5 Quando Gesù fu entrato in Capernaum, un centurione venne a lui pregandolo, 6 e dicendo: «Signore, il mio servo giace in casa paralizzato e soffre grandemente». 7 E Gesù gli disse: «Io verrò e lo guarirò». 8 Il centurione, rispondendo, disse: «Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; ma di' soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito. 9 Perché io sono un uomo sotto l'autorità di altri e ho sotto di me dei soldati; e se dico all'uno: "Va'", egli va; e se dico all'altro: "Vieni", egli viene; e se dico al mio servo: "Fa' questo", egli lo fa». 10 E Gesù, avendo udite queste cose, si meravigliò, e disse a coloro che lo seguivano: «In verità vi dico, che neppure in Israele ho trovata una così grande fede. 11 Or io vi dico, che molti verranno da levante e da ponente e sederanno a tavola con Abrahamo, con Isacco e con Giacobbe, nel regno dei cieli. 12 Ma i figli del regno saranno gettati nelle tenebre di fuori. Lì sarà il pianto e lo stridor di denti», 13 E Gesù disse al centurione: «Va' e ti sia fatto come hai creduto!». E il suo servo fu guarito in quell'istante. Non faceva parte del popolo di Dio e quindi neppure del Patto, il centurione romano, eppure pronunciò parole così piene di fede da lasciare meravigliato Gesù, il quale affermò di non avere visto una fede così grande neppure in Israele, e da indurre noi a riflettere sul fatto che solo la fede, e non una presunta appartenenza al popolo di Dio, attira la Sua attenzione e la Sua potenza. Gli Israeliti erano convinti che il ministero di Gesù riguardasse soltanto loro e non tenevano in alcuna considerazione chi era estraneo al Patto, ma numerosi fatti a cui assistettero, tra cui quello riguardante il centurione romano, dovettero sorprenderli e forse suscitare il loro disappunto.
Per comprendere pienamente i significati della narrazione e l’entità della fede di quest’uomo, è necessario esaminare attentamente ogni parola. · Da notare, innanzitutto, che pur essendo abituato a comandare, il centurione si presentò a Gesù supplicandoLo di guarire il suo servo gravemente ammalato. Il fatto che si desse tanto pensiero per le sofferenze di un servo indica che aveva un animo buono e sensibile e che lo amava molto, cosa inconsueta in quel tempo in cui i servi non erano tenuti in alcuna considerazione. · Alla promessa di Gesù: «Io verrò e lo guarirò», obiettò che poteva guarirlo anche senza recarsi a casa sua “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto” poiché sapeva che gli Ebrei consideravano motivo di contaminazione entrare in casa di un pagano, · e continuò: … ma di' soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito, dimostrando di riconoscere alla Sua Parola una potenza soprannaturale. · Dimostrò anche di avere chiara consapevolezza che ogni autorità, che è il diritto di esercitare potenza, viene conferita dall’autorità da cui si dipende e che quindi esiste una stretta relazione tra autorità e sottomissione: “Perché io sono un uomo sotto l’autorità di altri ed ho sotto di me dei soldati…” . · Ebbe inoltre rivelazione che l’autorità di Gesù era soprannaturale, infatti fece distinzione tra la sua, che aveva effetti sul piano naturale:…e se dico al mio servo: "Fa' questo", egli lo fa», e quella di Gesù che, avendo la potenza di produrre effetti miracolosi, era di tipo spirituale.
In definitiva il centurione romano, oltre a manifestare al sua fede in Gesù, mostrò di conoscere il concetto di autorità, che funziona proprio come egli l’ha descritta, infatti nella dimensione spirituale, come in quella naturale, non vedrà alcun risultato chi ritiene di poter esercitare un’autorità che in realtà non ha per il semplice fatto che non essendo sottomesso a Dio non ha potuto ricevere. Chi agisce, decreta, caccia i demoni o impone le mani sugli infermi nel nome di Gesù, ma non Gli è sottomesso, di fatto non ha né autorità né potenza e attende invano i risultati sperati, perché solo chi vive in sottomissione riceve l’autorità di agire nel Suo nome.
A nulla serve convincersi di essere a posto con Dio e pretendere di essere da Lui ascoltati ed esauditi se nel cuore si ha un fondo di ribellione, poiché Dio non risponde a chi è ribelle, a chi crede di meritare le Sue risposte ma non si sottomette alla Sua signoria e alla Sua maestà, Lo cerca solo nel bisogno e batte i pugni se non ottiene risposta, perché agli occhi di Dio il peccato di ribellione è grave quanto i peccati di magia, stregoneria e culto agli idoli. Il solo modo per ricevere dal Signore è umiliarsi davanti a Lui, riconoscere la Sua potenza e la Sua autorità e credere che soltanto una Sua parola basti per cambiare le cose, per sentirsi dire da Lui: «Va' e ti sia fatto come hai creduto!» come lo disse al centurione, la cui grande fede nasceva dalla rivelazione della Sua autorità.
I grandi uomini di Dio come Abrahamo, Mosé, Giosué ed altri, manifestarono la potenza del Signore perché Gli erano sottomessi e non per l’entità della loro conoscenza delle cose spirituali; allo stesso modo noi possiamo vedere i risultati sperati in base al nostro grado di ubbidienza e non in proporzione a quanto è grande la nostra conoscenza, perché questa, da sola, serve solo a gonfiare. La Scrittura dice che basta una fede grande quanto un granel di senape per spostare una montagna, e non viceversa, ma purtroppo molti cercano in ogni modo di gonfiare e ingigantire la propria fede anche per ottenere piccole cose, e invece, quando la nostra fede non funziona dobbiamo solo esaminarci, riconoscere se in noi c’è ribellione e pentirci se non abbiamo sottomesso al Signore qualche area della nostra vita. Dio ci dà speranza, ci permette di ricominciare daccapo perché ci ama ed anche a noi rivolge le parole scritte nell’Antico Testamento: “Figlio mio, fa' attenzione alle mie parole, porgi l'orecchio ai miei detti, non si allontanino mai dai tuoi occhi, custodiscili nel centro del tuo cuore, perché sono vita per quelli che li trovano, guarigione per tutto il loro corpo.” Proverbi 4 20-22. Se vogliamo vedere situazioni cambiate, vite trasformate, guarigioni divine e problemi risolti, seguiamo l’esempio di fede del centurione romano, cerchiamo il Signore perché abbiamo fiducia in Lui e crediamo che una Sua Parola ha la potenza di cambiare persone e cose. La nostra fede funzionerà nella misura in cui Gli saremo sottomessi, perché solo allora potremo esercitare legittimamente l’autorità nel Suo nome e realizzare le condizioni per essere esauditi.
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