Servizio di adorazione ore 8.00 - Palermo, domenica 13 agosto 2006

 

Pastore Rosario Mascari

 

COMPASSIONE PER LE PECORE

 

“La luce si leva nelle tenebre per quelli che sono retti, per l'uomo misericordioso, compassionevole e giusto.” Salmo 112:4

 

Redazione a cura di Caterina Di Miceli

 

Non è mai troppo parlare della compassione di Dio, per comprenderne pienamente l’entità e farla propria, ed esaminando vari passi della Scrittura si possono cogliere i suoi numerosi effetti benefici.

 

  • La compassione di Dio è un atto d’amore che non può fare a meno di dare.

 La compassione vera, quella di Dio, la dimostrò Gesù donando la Sua vita per acquistare la  salvezza dell’umanità perduta, ed è molto diversa da quella che il mondo definisce compassione ma che in realtà è solo la manifestazione di un’emozione che si prova in presenza di situazioni penose o di realtà dolorose che possono indurre persino al pianto, ma che non è seguita da alcuna azione pratica. La compassione di Dio è un atto d’amore che non può prescindere dal dare, infatti Dio non si limitò ad una constatazione, seppur sofferta, della disperata condizione dell’uomo peccatore, ma intrisa d’amore com’era, la sua compassione Lo spinse fino alla totale donazione di se stesso.

Giovanni 3:16.  “… Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna

Col sacrificio della Croce, Gesù acquistò per noi la salvezza, che pertanto non si può ottenere, come qualcuno crede, per i propri meriti o per mezzo di buone opere, ma si riceve gratuitamente mediante la fede in Lui. È tuttavia da dire che, se da una parte è vero che la salvezza non si ottiene per mezzo delle opere, è pur vero che la fede deve essere operante, poiché senza le opere è morta, e per lo stesso principio anche la compassione è inutile se non viene seguita da un’azione pratica, pure la compassione di Dio sarebbe stata inutile se non fosse stata accompagnata dal sacrificio di Gesù.

 

 Matteo 9:35 E Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando l'evangelo del regno e guarendo ogni malattia e ogni infermità fra il popolo. 36 Vedendo le folle, ne ebbe compassione perché erano stanche e disperse, come pecore senza pastore. 37 Allora egli disse ai suoi discepoli: «La mèsse è veramente grande, ma gli operai sono pochi. 38 Pregate dunque il Signore della mèsse che spinga degli operai nella sua mèsse».

Premesso che nelle sinagoghe ebraiche regnava una mentalità rigida, osservante della forma e della ritualità, è da dire che Gesù stravolgeva il severo ordine prestabilito e non si limitava ad insegnare la Torà, ossia la Legge, ma metteva in azione la compassione di Dio sanando, liberando e guarendo, perché il Suo obiettivo primario era il bene delle persone che gli stavano intorno.

Oggi accade purtroppo che alcuni di coloro che frequentano la chiesa, scaduti nella religiosità e lungi dall’essere veri seguaci di Cristo, sono compassionevoli solo verso se stessi, non perdono di vista il proprio tornaconto ed anche dalle cose che fanno per Dio si aspettano qualcosa in cambio. Guardiamoci dal servire Dio con motivazioni egoistiche! 

 

  • La compassione di Gesù è rivolta essenzialmente alle Sue pecore.

Quando Gesù afferma di vedere le folle come pecore senza pastore, le guarda con l’occhio attento, con lo zelo e le premure dei pastori mediorientali del suo tempo, e da Buon Pastore qual Egli è, vede molte delle Sue pecore smarrite, disorientate, angosciate, confuse, prive di punti di riferimento e scorge i pericoli che corrono di essere allontanate sempre più da Lui proprio dalle persone a cui si rivolgono per aiuto. Solo gli operai del Signore possono aiutarle e prendersene cura, perché sono le sole persone a cui stanno a cuore le cose di Dio e quindi anche la loro sorte.  

 

  • La Sua compassione è rivolta a tutti i bisogni dell’uomo: spirituali, materiali ed emotivi.

Gesù non si preoccupava solo della condizione spirituale delle persone, ma anche dei loro bisogni materiali. Lo attesta il duplice miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci, con cui ci insegna non solo che non dobbiamo esimerci dal dare, perché anche il poco che noi, mossi dalla compassione, possiamo donare, nelle Sue mani può essere moltiplicato, ma anche che, come Gesù dopo aver benedetto i pani e i pesci ordinò ai discepoli di procedere alla distribuzione, ed essi per fede ubbidirono ancor prima di vedere la moltiplicazione, così dobbiamo fare noi.  

Matteo 14:14 E Gesù, smontato dalla barca, vide una grande folla e ne ebbe compassione, e ne guarì gli infermi… 19 Comandò quindi che le folle si sedessero sull'erba; poi prese i cinque pani e i due pesci e, alzati gli occhi al cielo, li benedisse; spezzò i pani e li diede ai discepoli e i discepoli, alle folle.  

 

  • La compassione di Dio  perdona

Altro esempio di compassione riportato dalla Scrittura è quello del padrone che condonò l’intero debito al suo servo che gli doveva un’ingentissima somma di denaro. Questi però, dopo essere stato graziato, non seppe fare altrettanto con un suo debitore che gli doveva una piccola somma, anzi fu spietato e il padrone, avendolo saputo, ordinò di darlo in mano agli aguzzini affinché lo torturassero fino a quando non avesse pagato l’ultimo centesimo. Noi abbiamo ricevuto grazia dal Signore, per compassione Egli ci ha perdonato e dato qualcosa che da soli non saremmo mai riusciti a conquistare, la vita eterna, e da parte nostra si aspetta altrettanta compassione verso gli altri.

Matteo 18:27 Mosso a compassione, il padrone di quel servo lo lasciò andare e gli condonò il debito.

 Il padrone non ridusse il debito del suo servo, non ne rinviò la scadenza, lo azzerò del tutto! Così agisce Dio con noi: per compassione azzera il nostro debito ereditato a causa del peccato, cancella totalmente i nostri peccati, ed ai Suoi occhi è un grave peccato non comportarci allo stesso modo, non perdonare chi ci ha offeso e mantenere risentimento. Perdonare vuol dire dimenticare l’offesa ricevuta e ripristinare i rapporti, perché la vera compassione produce un vero perdono.

  

  • La compassione di Dio non fa distinzione tra le persone.

Generalmente si è portati ad accostarsi alle persone carine, ben curate, eleganti e magari benestanti, mentre si tende ad evitare chi è lacero, povero e malandato, Gesù però non solo si avvicinava, ma toccava i lebbrosi per non far loro pesare la tremenda condizione in cui si trovavano. La lebbra, che rappresenta il peccato, è un terribile male contagioso che distrugge il corpo, eppure Gesù, anche se avrebbe potuto guarire soltanto con la parola il lebbroso che Lo aveva implorato di purificarlo, lo toccò dandogli un segno tangibile del Suo amore (Matteo 8:2-3; Marco 1:41).

Il tocco di Dio che guarisce i lebbrosi rappresenta il Suo tocco compassionevole che libera dalla schiavitù del peccato, e nella nostra opera di evangelizzazione dobbiamo stare ben attenti a non fare differenza tra le persone e a non parlare di Gesù soltanto a chi ci aggrada.

 

  • La compassione del Padre accoglie e restituisce la dignità di figli. 

È eloquente in proposito la parabola del figlio prodigo che, andato via da casa perché deciso a godersi la vita, dopo avere sperperato tutto il suo patrimonio ed essersi ridotto a mangiare le ghiande con i porci, tornò pentito nella casa del padre il quale, vedendolo ridotto in quello stato, gli corse incontro, gli gettò le braccia al collo, gli manifestò il suo immenso amore e per prima cosa gli mise un anello al dito riconfermandolo nella dignità di figlio. L’amore di quel padre rappresenta quello che il Padre Celeste manifesta a chi si ravvede e per fede nel sacrificio di Gesù si riconcilia a Lui.

 

  • La compassione di Dio soccorre, si prende cura, paga il prezzo.

Vedendo in strada una persona malmenata e ferita dai briganti, il Buon Samaritano non finse di non vedere, non cambiò strada come avevano fatto il levita e il sacerdote, ma mosso da pietà e compassione lo soccorse, gli fasciò le ferite, lo portò nella locanda e pagò all’oste tutte le spese; eppure i samaritani erano molto malvisti dagli israeliti! Il suo gesto raffigura quello che vuol compiere Gesù nella vita dell’uomo peccatore.    

 

La compassione si concretizza sempre nel dare e noi, anche in occasione della prossima crociata evangelistica che il pastore Benny Hinn terrà nella città di Palermo, dobbiamo manifestarla con il nostro sostegno e opponendoci alla controcrociata avviata dal maligno e mirante a denigrare in ogni modo questo servo di Dio il quale, predicando in tutto il mondo Cristo crocifisso e risuscitato, ha portato alla salvezza milioni di persone. C’è chi spende le proprie energie per ridicolizzarlo e metterlo in berlina, ma chi ama Dio e Lo teme, visto che si serve in modo straordinario di quest’uomo ed attraverso di lui manifesta la Sua potenza e la Sua grazia, deve badare bene a non farsi coinvolgere nella critica, a non schierarsi dalla parte degli oppositori e a non prestare ascolto a chi rema contro e che di certo non è ispirato da Dio.

 

Impegniamoci invece a pubblicizzare l’evento e facciamo sapere a tutti che per la prima volta in Sicilia si riunisce un popolo che non piega le proprie ginocchia davanti agli idoli e che ha il solo obiettivo di lodare ed esaltare il nome di Gesù, unico Signore di Palermo, della Sicilia, dell’Italia e del mondo intero! Questo evento cambierà di certo la vita di molte persone, e nell’attesa mettiamo in azione la nostra compassione per la  città di Palermo e non cessiamo di intercedere per essa.

 

 

 

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Antonio Settecase