Servizio di adorazione ore 8.15 – Palermo, domenica 15 maggio 2005
Oratore: Pastore Lirio
Porrello
STIMATI ABILE A
FARE LA VOLONTÀ DI DIO
“Posso
ogni cosa in Cristo che
mi fortifica”(Filippesi
4:13).
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
Ancora un tema che costringe all’autoanalisi e alla presa di coscienza delle personali attitudini da correggere, in particolare di quella che tende a mostrarci un’immagine alterata, per difetto o per eccesso, di noi stessi e delle nostre abilità, in entrambi i casi con risultati deleteri per quanto concerne l’adempimento del piano di Dio per noi e il nostro contributo all’opera del Signore.
Conoscere la volontà di Dio e volere ubbidire, ma non sentirsi all’altezza del compito per scarsa autostima o, di contro, inorgoglirsi, di fatto impedisce il successo.
In Romani 12:3 l’apostolo Paolo scrive “… dico a ciascuno che si trovi tra di voi di non avere un concetto
più alto di quello che conviene avere, ma di avere un concetto sobrio…”.
Molti falliscono perché non credono nelle proprie abilità, si convincono di non poter realizzare alcunché, non si ritengono idonei ad adempiere il piano di Dio e di conseguenza si vedono inferiori agli altri e non si amano; ma anche chi è orgoglioso, gonfio di sé e animato da spirito di superiorità, fallisce, perché non ha un’immagine corretta di sé, vedendosi ingigantito come attraverso una lente d’ingrandimento. Tra questi due estremi sta la via di mezzo, quella dell’equilibrio e dell’umiltà, che agisce da lente correttiva e permette di vederci in modo veritiero, come ci vede Dio. Stimarsi vuol dire giudicare positivamente la propria dignità, credere nel proprio valore e nella propria capacità di successo, mentre nutrire per sé disistima significa decretare il proprio fallimento. In definitiva, la valutazione che diamo a noi stessi determina i reali esiti del nostro operato e fa sì che anche gli altri finiscano col vederci come ci vediamo noi. Nell’Antico Testamento la Parola di Dio comanda: “Ama il prossimo tuo come te stesso”, e nel Nuovo la quantità di amore viene accresciuta: “Amatevi come io vi amo”; quindi amarsi è un dovere, ed è il peccato a far scemare l’amore per se stessi, ad impedire l’autostima e far visualizzare il proprio fallimento.
Attraverso l’esperienza del profeta Geremia è possibile comprendere come si può superare il naturale senso d’inferiorità e d’incapacità. Dio irruppe all’improvviso nella sua vita e gli parlò (Geremia 1:4-10). La parola dell’Eterno mi fu rivolta, dicendo: <<Prima che io ti formassi nel grembo di tua madre, ti ho conosciuto; prima che tu uscissi dal suo grembo, ti ho consacrato e ti ho stabilito profeta delle nazioni>>. Senza mezzi termini il Signore andò subito al dunque, lo colse di sorpresa e certamente provocò in lui uno choc facendogli conoscere ciò che aveva in mente, per cui Geremia replicò: <<Ahimè, Signore. Eterno, io non so parlare, perché sono un ragazzo!>>. Pieno di sgomento vide i suoi limiti: la giovane età, l’incapacità di parlare…tutta la propria insufficienza, ma Dio gli diede la cura: <<Non dire: “Sono un ragazzo”, perché tu andrai da tutti coloro ai quali ti manderò e dirai tutto ciò che ti comanderò>>.
Tutti i timori di Geremia furono smontati dal Signore, che non manda nessuno allo sbaraglio e con cuore paterno si preoccupa di equipaggiare e di assicurare la Sua protezione, il Suo aiuto e persino di dare le Sue parole che, anche se poche, toccano il cuore delle persone e fanno ricevere le Sue benedizioni.
Anche noi siamo stati chiamati da Dio con un piano ben preciso che comporta un radicale cambiamento di vita e di programmi, perché significa abbandonare la vita tranquilla e talvolta inerte a cui si è abituati, ed anche noi, come Geremia, probabilmente abbiamo avvertito il senso d’inferiorità e d’incapacità ad adempiere la Sua volontà, ma se Dio ci ha chiamato significa che possiamo, seguendo i Suoi insegnamenti e confidando nella Sua protezione.
Come possiamo
avere una corretta immagine di noi stessi?
1. Sapendo come ci vede Dio attraverso la Scrittura, che a guisa di specchio ci mostra anche le nostre imperfezioni affinché ci correggiamo; conoscendo il valore che abbiamo per Lui e che si può desumere da vari elementi biblici:
- Il Signore afferma: “Tutte le anime sono mie…L’anima che pecca morirà” (Ez. 18:4), e il solo fatto di appartenerGli conferisce dignità ad ogni essere umano. Riflettendo sull’attuale scarsa considerazione per la vita umana, il pastore Lirio accenna, per inciso, al congelamento degli embrioni, alla loro cinica eliminazione quando non servono, alla gravità del fatto di non tenere conto che in essi c’è già la vita; considera quindi che tutti noi eravamo solo un piccolo mucchio di cellule quando eravamo allo stadio embrionale e che se il processo di crescita non viene interrotto, ogni embrione è destinato a diventare un uomo.
- “DIO creò l’uomo a sua immagine; lo creò a immagine di Dio”(Genesi 1:27). Averlo creato alla sua immagine indica il valore del tutto particolare che Dio attribuisce all’uomo.
- “Conosco i pensieri che ho per voi…pensieri di pace e non di male, per darvi un futuro e un speranza” (Geremia 29:11; 1:5). Il fatto che Dio abbia un progetto per ogni uomo, significa che tutti gli uomini, nessuno escluso, per Lui hanno una grande importanza.
- “…persino i capelli del vostro capo sono tutti contati…”(Luca 12:7) dice quanto è prezioso per Dio ogni essere umano.
2. Conoscendo
la verità su noi stessi e confessandola.
Nell’apprendere il piano di Dio, Geremia reagì dichiarando le sue incapacità, ma subito Dio gli insegnò a non parlare in quel modo, poiché le parole che pronunciamo producono effetti straordinari nella nostra vita, al punto che Proverbi 23:7 afferma: “Poiché come pensa nel suo cuore, così egli è”. Chi pensa di essere un fallito, lo è davvero, chi pronuncia parole di scoraggiamento e di scarsa fiducia in se stesso, vedrà il proprio insuccesso, chi dichiara il proprio successo, lo realizzerà. I fallimenti del passato producono scoraggiamento e disistima per se stessi, ma il Signore dice che non dobbiamo basare la nostra autostima sui successi del passato, bensì sulla Sua Parola.
È scientificamente provato che col pensiero ciascuno di noi dice a se stesso circa 1300 parole al minuto, che hanno una grande importanza anche se soltanto pensate, perché ci influenzano al punto di indurci a formulare un giudizio su di noi, cosicché ben poco può incidere sulla nostra vita la predicazione domenicale, se non è accompagnata da un modo di pensare, di parlare e di vivere quotidiano in accordo alla Parola di Dio. La vera conversione è seguita da un rinnovamento della mente e quindi anche del modo di parlare e di agire, cosicché può dirsi veramente convertito chi non pensa e non dice neppure in famiglia cose contrarie alla verità, ed usa parole d’incoraggiamento, sostegno, speranza, guarigione e conforto per gli altri, in accordo alla Parola di Dio. Rimuginare sui propri errori e sulle sconfitte del passato o basarsi sulle proprie forze, produce una distorta immagine di sé, con conseguente disistima e convinzione di fallimento.
Avere un sobrio concetto di sé significa aver chiare in mente due cose:
- che senza Cristo non possiamo fare nulla (Gv.15:5),
- che possiamo ogni cosa in Cristo che ci fortifica! (Filippesi 4:13).
Queste le due facce della medaglia, la seconda delle quali ci esorta a pensare e parlare da conquistatori e vincitori, perché con Cristo lo siamo!
Dio dice di noi “Ma voi siete una stirpe eletta, un regale sacerdozio, una gente santa, un popolo acquistato per Dio affinché proclamiate le meraviglie di colui che ci ha chiamato dalle tenebre alla sua mirabile luce. …” (1Pietro 2:9), e Romani 8:17 afferma che “… se siamo figli, siamo anche eredi, eredi di Dio e coeredi di Cristo, se pure soffriamo con lui per essere anche con lui glorificati”. Questa è la verità, dobbiamo crederci e proclamarlo senza per questo innalzarci e sentirci superiori agli altri, ma nella consapevolezza di avere la dignità necessaria per servirLo.
3. Con l’umiltà, che ci permette di vederci nel modo
giusto.
Gioia, amore, umiltà, spirito di eccellenza e di servizio devono accompagnare tutto ciò che facciamo per Dio, sull’esempio di Gesù, che pur essendo Dio, venne come servo (Filippesi 2:5-7) e ci esorta ad essere come Lui, mansueti ed umili di cuore (Matteo 11:29).
Dio apprezza chi è umile, ha lo spirito contrito e trema alla Sua parola (Isaia 66:2), mentre detesta il superbo “Quando viene la superbia, viene anche il disonore; ma la sapienza è con gli umili” (Proverbi 11:2). Nelle cose del Signore la superbia non paga, determina insuccesso, perché è solo per merito del Signore se siamo quel che siamo, e non abbiamo di che vantarci (1Corinzi 15:10); ma anche sentirsi inferiori vuol dire essere centrati su se stessi, come il re Saul, che pur essendo insicuro non cercò rifugio in Dio. Per essere liberati da noi stessi dobbiamo imparare a mettere la nostra fiducia nel Signore, come Davide, che in ogni sua azione vedeva l’opera potente di Dio e pronunciò parole di fede anche quando si trovò al cospetto di Golia: “L’Eterno che mi libera dalla zampa del leone e dalla zampa dell’orso, mi libererà anche da questo filisteo”, mentre Saul, geloso, sospettoso, preoccupato di perdere qualcosa, dopo la sua prima vittoria si fece costruire una statua per far conoscere a tutti la sua potenza, ma alla fine si suicidò. Davide aveva Dio al centro del suo cuore, mentre Saul pensava solo a se stesso e vide la sua rovina.
Non permettiamo che il peccato rovini la nostra vita, perché esso deprime, fa sentire colpevoli e incapaci; confessiamo invece la nostra volontà di imparare a parlare a noi stessi in modo positivo sotto l’ispirazione dello Spirito Santo che ci fa sentire liberi e con convinzione facciamo nostro il versetto dell’apostolo Paolo: “Io posso ogni cosa in Cristo che mi fortifica! ”.