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               Servizio di adorazione ore 8.00 – Palermo, domenica 20 dicembre 2009                            
 
Oratore: Pastore Lirio Porrello
 
LA CENA DEL SIGNORE
 
Redazione a cura di Caterina Di Miceli
 
Siamo giunti quasi al termine del 2009 ed è tempo di bilancio, oltre che di preghiera per il nuovo anno che sta per entrare. Dio ci aveva preannunciato che l’anno ormai trascorso sarebbe stato un tempo di cambiamento interiore, di grazia, di favori divini e che avremmo avuto con Lui un nuovo approccio.
È stato fedele, infatti le tematiche che sono state oggetto di predicazione hanno offerto a ciascuno di noi aiuto, incoraggiamento e senza dubbio sono state motivo di crescita spirituale.
È stata svolta un’approfondita analisi sul legalismo e sui suoi pesanti effetti nella vita delle persone. Abbiamo preso coscienza del fatto che la cultura legalista, da cui tutti proveniamo, può continuare a suscitare in noi la paura di sbagliare, il timore della condanna, l’attitudine a compiere le cose per dovere, la convinzione di dover piacere a Dio per i meriti personali.
Abbiamo acquistato la consapevolezza che non è facile liberarci da tale cultura che ci è stata inculcata e che fa parte di noi e che per passare a quella dell’amore abbiamo bisogno di attraversare un processo di rinnovamento interiore.
Ci sono stati illustrati i vantaggi della grazia di Dio, che non pretende come fa la legge, ma che offre gratuitamente e immeritatamente.
La legge punta il dito e condanna, la grazia ci offre l’amore di Dio, il Suo aiuto, la Sua presenza e la Sua benedizione.
La legge ci lascia soli ad adempiere i nostri doveri, Dio ci promette di non lasciarci mai soli.
È stato inoltre trattato il tema delle relazioni basate sulla grazia, che vuole un agire improntato ad amore incondizionato e non subordinato al comportamento dell’altro.
Per molti mesi è stato trattato il tema del Regno di Dio e siamo stati incoraggiati a realizzare in noi la giustizia, la pace e la gioia che lo caratterizzano e la cui presenza in noi denota la misura in cui lo abbiamo realizzato nella nostra vita.
 
Molti pastori, anche fuori dall’Italia, stanno predicando il messaggio della grazia, perché riconoscono che farà riscoprire l’amore incondizionato di Dio, promuoverà un rapporto cuore a cuore con Lui e determinerà il risveglio in tutta Europa.
Il pastore Lirio, reduce da un viaggio che lo ha portato a predicare in varie chiese d’Italia: a Sesto San Giovanni, a Lodi e ad Ostia, dove ha inaugurato l’apertura di una nuova chiesa, ha constatato che nel nord e nel centro della nostra nazione i cieli sono aperti; riferisce di avere avvertito, nei luoghi in cui è stato, la stessa unzione e la stessa presenza di Dio che si coglie qui.
 
L’odierna celebrazione della Santa Cena vuole essere un servizio di ringraziamento a Dio, che in quest’anno ci ha dato la Sua Parola, la Sua presenza, il Suo incoraggiamento, la Sua grazia e la Sua benedizione, anche se da parte nostra non sempre abbiamo fatto ciò che avremmo potuto.  
 
A questo punto viene data lettura del testo base della Cena del Signore:
1Corinzi 11:23-36 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me».
25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me». 26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27 Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice, 29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. 30 Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono. 31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati. 32 Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo.
 
Le parole del verso 24: “dopo aver reso grazie”, che dal greco eucaristèo, da cui eucarestia, letteralmente significano ‘ringraziamento’, ci dicono che uno degli aspetti della Cena del Signore riguarda il nostro ringraziamento a Dio per l’amore offertoci gratuitamente e spontaneamente.  
Questi versetti sono stati scritti dall’apostolo Paolo che non era stato presente a quell’Ultima Cena, ma che ne apprese i particolari per rivelazione divina. Aveva un rapporto di tale intimità col Signore da sentire la Sua voce che gli rivelava cose di cui non avevano chiarezza e rivelazione neppure gli apostoli che avevano vissuto con Lui e che avevano condiviso quelle ultime Sue ore di vita.
 
Nella Cena del Signore sono da cogliere tre aspetti fondamentali:
1.    Un evento del passato:  il sacrificio di Gesù.
La croce di Cristo ha la potenza di salvare i peggiori peccatori, ne è prova quanto avvenne al ladrone crocifisso accanto a Lui. Aveva fatto del male e dalla legge era stato condannato a morire sulla croce. La legge non gli dava scampo né sul piano naturale, né su quello spirituale, ma la grazia del nostro Signore Gesù Cristo lo ha salvato per l’eternità, perché ciò che la legge giudica e condanna, la grazia salva e redime.  
Bastò che quell’uomo dicesse: «Signore, ricordati di me quando verrai nel tuo regno» Luca 23:42), per sentirsi rispondere: «In verità ti dico: oggi tu sarai con me in paradiso» (Luca 23:43). Un atto di fede gli guadagnò la salvezza.
La grazia di Dio ha la potenza di salvare anche il peggiore peccatore, mentre la legge è pronta a condannare anche la persona che si è sempre comportata bene, non appena sbaglia una volta.
La grazia non giudica e non condanna, dà speranza e redime.
La donna adultera stava per essere lapidata perché lo prescriveva la legge e si è salvata perché Gesù disse che avrebbero potuto colpirla solo quelli che erano senza peccato. A quel punto tutti gli accusatori si dileguarono ed anche la condanna decadde, perché mancavano i testimoni.
Gesù era l’unico senza peccato, ma invece di condannarla le disse: «Neppure io ti condanno; va' e non peccare più» (Gv 8:11). Con queste parole intese incoraggiarla a confidare nel Suo amore, che l’avrebbe aiutata a vincere il peccato. Gesù è l’unico che vince il peccato e il solo modo che abbiamo per vincerlo anche noi è quello di permetterGli di vivere in noi.
 
Un atto del presente: l’esame di noi stessi.
Dio ci ha dato una coscienza, di cui però non possiamo fidarci pienamente, perché la sua sensibilità dipende sia dall’educazione che abbiamo ricevuto che dal nostro personale rapporto con Dio, infatti c’è chi sbaglia senza accorgersene e prende atto dei propri errori sol perché gli altri glieli fanno notare. La nostra capacità di comprensione delle realtà spirituali varia a seconda dell’età. I bambini hanno una coscienza molto sensibile, mentre l’adulto è meno sensibile e più portato al compromesso, ma più stiamo vicini al Signore, più la nostra coscienza ci parla. Dobbiamo esaminarci con onestà, senza pensare che le nostre imperfezioni ci impediscano di piacere a Dio, senza cadere nell’autocondanna, ma neppure nell’ipocrisia. Un esempio di ipocrisia lo troviamo nel Vangelo di Luca.
 
Luca 18:10 «Due uomini salirono al tempio per pregare; uno era fariseo e l'altro pubblicano. 11 Il fariseo, stando in piedi, dentro di sé pregava così: "O Dio, ti ringrazio che non sono come gli altri uomini, rapaci, ingiusti, adulteri, e neppure come quel pubblicano. 12 Io digiuno due volte la settimana e pago la decima di tutto ciò che possiedo".13 Il pubblicano invece, stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo; ma si batteva il petto, dicendo: "O Dio, sii placato verso me peccatore". 14 Io vi dico che questi, e non l'altro, ritornò a casa sua giustificato, perché chiunque si innalza sarà abbassato e chi si abbassa sarà innalzato».
Due uomini pregavano nel tempio. Il fariseo ringraziò Dio di non essere un peccatore come gli altri, di essere certamente migliore del pubblicano lì presente; Gli ricordò che digiunava due volte la settimana e che pagava la decima di ogni cosa; in altri termini espresse la convinzione di meritare il Suo amore.
Il pubblicano invece stava davanti al Signore con gli occhi bassi ed era compunto nel cuore perché si vedeva peccatore e Gli chiese misericordia.
La Bibbia afferma che quest’ultimo, non il fariseo, se ne tornò a casa giustificato.
In apparenza il fariseo aveva tutte le carte in regola per essere considerato a posto da Dio, ma poiché Egli vede cosa c’è nel cuore e vide la gran quantità di attitudini peccaminose che vi si annidavano, non lo giustificò ed egli se ne tornò a casa con più peccati di prima. La maschera che aveva indossato, con Dio non aveva funzionato.
 Il pubblicano riconobbe con sincerità di essere un peccatore, sapeva di non meritare nulla e non chiese giustizia, perché secondo giustizia avrebbe dovuto essere punito, chiese invece misericordia.
Il fariseo pensava di potersi salvare per le sue opere e presentò a Dio la sua giustizia; era convinto di piacerGli per i suoi meriti e questo lo portò a disprezzare il pubblicano. Si sentiva santo, ma non sapeva amare e senza amore non c’è santità!
 
Esaminiamoci: ci presentiamo davanti a Dio con la nostra autogiustizia, ovvero riconosciamo che è Lui la nostra giustizia e che possiamo contare sulla vita eterna solo in virtù del Suo sacrificio?
 
3. Un evento del futuro: il ritorno di Gesù.
La Scrittura dice: “ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga”. Questo vuol dire che fino al ritorno di Gesù, nella Santa Cena siamo chiamati a predicare la Sua morte in croce.
Il Suo ritorno è la nostra speranza e, come sul piano naturale la speranza è un elemento vitale, perché senza di essa non si può vivere, su quello spirituale noi credenti siamo sostenuti dalla speranza del ritorno di Gesù, che verrà a rapire la Sua Chiesa per coinvolgerla nel Suo Regno eterno. La nostra speranza è che vivremo con Lui per l’eternità e che se oggi soffriamo con Lui, verrà il tempo in cui con Lui regneremo.
 
Ribadendo la necessità di ringraziare Dio per l’anno che è trascorso, il pastore Lirio afferma che abbiamo sempre motivo di ringraziarLo, anche se abbiamo vissuto momenti di sofferenza e di difficoltà. Non ci è mai venuta a mancare la Sua presenza e abbiamo la certezza che, seppure perdiamo qualche battaglia e alcuni eventi non vanno secondo i nostri desideri, non perderemo di certo la guerra e alla fine andremo con Lui e ci resteremo per l’eternità. Talvolta Dio permette la sofferenza per temprarci e farci riconoscere il nostro bisogno di Lui.
 
Gesù ringraziava sempre il Padre, anche prima di prendere il cibo. Nel testo greco il Suo ringraziamento viene reso sempre con lo stesso vocabolo eucaristèo (formato da ‘eu’ che vuol dire buono e ‘charis’ che vuol dire grazia), che vuol dire “rendere grazie per quello che si è ricevuto”.
 
1Tessalonicesi 5:16 Siate sempre allegri. 17 Non cessate mai di pregare. 18 In ogni cosa rendete grazie, perché tale è la volontà di Dio in Cristo Gesù verso di voi.
Nel verso 16 l’apostolo Paolo ci esorta ad essere allegri, ma non si riferisce all’allegria dell’anima, bensì a quella dello spirito, che nasce dalla certezza che Gesù ci è sempre vicino, che non ci lascia e non ci abbandona. Dobbiamo essere allegri quando le cose vanno bene, ma dobbiamo esserlo anche quando vanno male, perché ci aiutano a cercare il Signore e a confidare nella Sua soluzione ai problemi; dobbiamo essere allegri quando siamo in buona salute, ma anche quando non lo siamo, perché crediamo nella guarigione divina.  
Il verso 17 ci esorta a non cessare mai di pregare. Dobbiamo farlo, abbiamo tanto bisogno di Lui, chiediamoGli aiuto quando ce ne sentiamo incapaci.
Il verso 18 ci esorta a rendere grazie in ogni cosa.
“In ogni cosa” vuol dire in ogni situazione, anche nelle peggiori.
Dobbiamo ringraziarLo perché Egli sa trarre il bene anche dal male; dobbiamo ringraziarLo nell’abbondanza per quello che ci ha dato, ma anche nella penuria, perché confidiamo che provvederà.
Possiamo sperimentare che quanto più grandi sono il bisogno e l’afflizione, tanto maggiore è la risposta di Dio, che talvolta usa il nostro bisogno per farci svegliare dal torpore spirituale.
Dio vuole che i Suoi figli Lo ringrazino in ogni situazione: nei momenti tristi come in quelli felici, in quelli lotta come in quelli di pace, in quelli di scoraggiamento come in quelli di coraggio.
In ogni momento e in ogni circostanza rendiamo grazie a Dio, perché allontana da noi la paura, ci plasma a vivere da figli, ci insegna a vivere nell’amore ed è degno di essere ringraziato e adorato.