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La Mensa del Signore è per dare onore al Signore della Mensa. 1 Corinzi. 10:16,21.

Redazione a cura di Caterina Di Miceli

1Corinzi 11:23 Poiché io ho ricevuto dal Signore ciò che vi ho anche trasmesso: che il Signore Gesù, nella notte in cui fu tradito, prese del pane, 24 e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Prendete, mangiate; questo è il mio corpo che è spezzato per voi; fate questo in memoria di me». 25 Parimenti, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è il nuovo patto nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete in memoria di me».26 Poiché ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore, finché egli venga. 27Perciò chiunque mangia di questo pane o beve del calice del Signore indegnamente, sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore. 28 Ora ognuno esamini se stesso, e così mangi del pane e beva del calice,29 poiché chi ne mangia e beve indegnamente, mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore. 30 Per questa ragione fra voi vi sono molti infermi e malati, e molti muoiono.31 Perché se esaminassimo noi stessi, non saremmo giudicati.32 Ma quando siamo giudicati, siamo corretti dal Signore, affinché non siamo condannati col mondo.

I su citati versetti della prima epistola dell’apostolo Paolo ai Corinzi parlano del Patto Eterno, ultima e definitiva Alleanza tra Dio e l’uomo, e suscitano in noi una grande gratitudine verso Dio per averci coinvolto in una relazione di Patto, il più forte tipo di relazione esistente, che porta la Chiesa a mantenere vivi gli insegnamenti di Cristo e ad esserGli testimone.
Prima di procedere sul tema dell’adorazione, l’apostolo Lirio ripercorre la predicazione della scorsa domenica, per ribadire alcuni concetti fondamentali.
Ricorda che il primo principio dell’adoratore è svuotare se stesso, perché solo ciò che è vuoto può essere riempito. Ne deriva che, se noi siamo pieni di noi stessi, nella nostra vita non può esserci spazio per Dio
Ricorda inoltre che:
Dio cerca adoratori, cioè persone con cui avere un’intima relazione e alle quali possa rivelarsi, per metterle in condizione di prendere le realtà del cielo e portarle sulla terra. Gesù fece queste importanti rivelazioni a una donna Samaritana, senza cultura ma affamata di Dio, che Gli fece delle domande alle quali Egli rispose spostando l’attenzione dal luogo, che secondo la mentalità corrente era determinante per l’adorazione, alla dimensione spirituale.

Giovanni 4:21 Gesù le disse: «Donna, credimi: l’ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. 22 Voi adorate quel che non conoscete; noi adoriamo quel che conosciamo; perché la salvezza viene dai Giudei. 23 Ma l’ora viene, anzi è già venuta, che i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità, perché tali sono gli adoratori che il Padre richiede. 24 Dio è Spirito, e quelli che lo adorano devono adorarlo in spirito e verità».

Lucifero cadde perché si era innalzato: era stato creato per essere un adoratore, ma pretendeva di essere adorato egli stesso. Rifiutò di essere quello che Dio aveva stabilito che fosse, entrò nella perversione e nel Regno causò una divisione.

Nell’A.T. tutti gli adoratori erano servi, nel N.T. gli adoratori sono figli che adorano il Padre in spirito e verità, fermo restando che, per potere adorare Dio, bisogna ricevere rivelazione della verità.

Sull’esempio di Mosé, un adoratore deve amare la presenza di Dio e desiderare di sentirla costantemente, perché gli è necessaria come l’aria.

2. L’adorazione è il più alto livello di fede.
Ebrei 11:6 Ora senza fede è impossibile piacergli, perché chi si accosta a Dio deve credere che egli è, e che egli è il rimuneratore di quelli che lo cercano.
Questo versetto dell’epistola agli Ebrei mette in risalto il valore della fede e afferma che, poiché Dio ama rivelarsi, ricompensa quelli che Lo cercano.

Il Vangelo di Matteo riferisce un episodio che ha per protagonista una donna Cananea, quindi estranea al Patto, la quale cercò Gesù perché aveva un grande problema: sua figlia era tormentata da demoni. Avendo saputo che passava di là il Figlio di Davide, lasciò sua figlia a andò a cercarLo, perché era certa che in Lui avrebbe trovato la soluzione.

Matteo 15:21 Poi Gesù, partito di là, si diresse verso le parti di Tiro e di Sidone, 22 Ed ecco una donna Cananea, venuta da quei dintorni, si mise a gridare, dicendo: «Abbi pietà di me, Signore, Figlio di Davide! Mia figlia è terribilmente tormentata da un demone!». 23 Ma egli non le rispondeva nulla. E i suoi discepoli, accostatisi, lo pregavano dicendo: «Licenziala, perché ci grida dietro». 24 Ma egli, rispondendo, disse: «Io non sono stato mandato che alle pecore perdute della casa d’Israele». 25 Ella però venne e l’adorò, dicendo: «Signore, aiutami!». 26 Egli le rispose, dicendo: «Non è cosa buona prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini». 27 Ma ella disse: «È vero, Signore, poiché anche i cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni». 28 Allora Gesù le rispose, dicendo: «O donna, grande è la tua fede! Ti sia fatto come tu vuoi». E in quel momento sua figlia fu guarita.

Il territorio in cui si svolse l’azione corrisponde all’odierno Libano. La donna cercava di attirare l’attenzione di Gesù gridando, chiamandoLo “Signore, Figlio di Davide!” e invocando il Suo intervento per la liberazione di sua figlia. Viene da chiedersi: Come mai Gesù, compassionevole com’era, invece di risponderle taceva? Evidentemente la donna non attirò la Sua attenzione perché a Lui non interessava essere cercato per fini egoistici. Da parte loro i discepoli Gli consigliavano di cacciarla via e a loro Gesù rispose dicendo che era stato mandato solo per le pecore perdute della casa d’Israele, cioè per quelli che facevano parte del Patto. La Sua morte avrebbe avuto valore per tutti, ma in quel momento doveva occuparsi solo di Israele. A quel punto la donna cessò di gridare, Gli si avvicinò, Gli si gettò ai piedi e Lo adorò. Centrò così la volontà di Dio e Gesù iniziò ad ascoltarla e a parlarle. Le disse che non era cosa buona dare ai cagnolini il pane di figli. Evidentemente la guarigione e la liberazione sono il pane dei figli. Con la parola “cagnolini” si riferiva a quelli che erano estranei al Patto e che, secondo gli Ebrei di quel tempo, erano immondi. La donna riconobbe che era giusto ciò che Gesù diceva, ma per rivelazione obiettò che anche le briciole che cadevano dalla tavola dei padroni erano sufficienti per dare guarigione a sua figlia. Le sue parole toccarono profondamente Gesù, perché erano frutto di una grande fede. In altri termini costei, che era fuori dal patto, credeva alle benedizioni del patto, mentre c’è chi rientra nel patto e non crede alle relative benedizioni. In quello stesso momento sua figlia fu liberata. Per la sua grande fede la donna Cananea fu esaudita, come lo fu il centurione romano, anch’egli gentile.

3. L’entità del sacrificio manifesta l’entità dell’adorazione
Sin dall’inizio Abramo fece sacrifici. Poi Dio gli chiese la circoncisione, che comportava la morte di una parte di se stesso, e successivamente alzò la richiesta chiedendogli Isacco, il figlio che amava e che aveva atteso per venticinque anni.

Genesi 22:1 Dopo queste cose DIO mise alla prova Abrahamo e gli disse: «Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». 2 E DIO disse: «Prendi ora tuo figlio, il tuo unico figlio, colui che tu ami, Isacco, va’ nel paese di Moriah e là offrilo in olocausto sopra uno dei monti che io ti dirò». 3 Così Abrahamo si alzò al mattino presto, mise il basto al suo asino, prese con sé due dei suoi servi e Isacco suo figlio e spaccò della legna per l’olocausto; poi partì per andare al luogo che DIO gli aveva detto. 4 Il terzo giorno Abrahamo alzò gli occhi e vide da lontano il luogo. 5 Allora Abrahamo disse ai suoi servi: «Rimanete qui con l’asino; io e il ragazzo andremo fin là e adoreremo; poi ritorneremo da voi». 6 Così Abrahamo prese la legna per l’olocausto e la caricò su Isacco suo figlio; poi prese in mano sua il fuoco e il coltello e s’incamminarono tutt’e due insieme. 7 E Isacco parlò a suo padre Abrahamo e disse: «Padre mio!». Abrahamo rispose: «Eccomi, figlio mio». E Isacco disse: «Ecco il fuoco e la legna; ma dov’è l’agnello per l’olocausto?». 8 Abrahamo rispose: «Figlio mio, DIO provvederà egli stesso l’agnello per l’olocausto». E proseguirono tutt’e due insieme. 9 Così giunsero al luogo che DIO gli aveva indicato, e là Abrahamo edificò l’altare e vi accomodò la legna; poi legò Isacco suo figlio e lo depose sull’altare sopra la legna. 10 Abrahamo quindi stese la mano e prese il coltello per uccidere suo figlio.11Ma l’Angelo dell’Eterno lo chiamò dal cielo e disse: «Abrahamo, Abrahamo!». Egli rispose: «Eccomi». 12 L’Angelo disse: «Non stendere la tua mano contro il ragazzo e non gli fare alcun male; ora infatti so che tu temi Dio, poiché non mi hai rifiutato tuo figlio, l’unico tuo figlio». 13 Allora Abrahamo alzò gli occhi e guardò; ed ecco dietro di lui un montone, preso per le corna in un cespuglio. Così Abrahamo andò, prese il montone e l’offerse in olocausto invece di suo figlio.

Perché Dio gli chiese di sacrificare Isacco, se conosceva il suo cuore e sapeva che Glielo avrebbe offerto in sacrificio? Certamente Dio conosceva il suo cuore, ma lo mise alla prova affinché fosse chiaro anche a lui fino a che punto sarebbe giunta la sua fede.

Per inciso viene spiegata qual è la differenza tra la prova e la tentazione: la prova ha lo scopo di fare uscire da noi il meglio e renderci approvati, la tentazione ha lo scopo di far uscire da noi il peggio.

Dio mise alla prova Abrahamo perché voleva approvarlo. Il Suo comando fu drastico: “Prendi ora tuo figlio!”. Doveva farlo subito, senza esitare, senza rifletterci, possibilmente senza dirlo a sua moglie, che di certo si sarebbe opposta. Abrahamo eseguì l’ordine e dopo tre giorni di cammino raggiunse il monte Moriah. Quando vide a distanza il luogo del sacrificio, disse ai servi: “Andremo, adoreremo e ritorneremo”. Non disse che avrebbe sacrificato suo figlio e sarebbe tornato da solo! L’epistola agli Ebrei afferma che disse così perché credeva che Dio glielo avrebbe restituito per una specie di resurrezione, anche se fino ad allora non era mai risorto nessuno.

Abrahamo prese la legna, figura della croce, e la caricò su Isacco. Giunto sul monte Moriah, edificò l’altare e vi pose la legna, poi legò suo figlio e ve lo depose sopra. Isacco non sospettava di essere il sacrificio; era obbediente e si fidava di suo padre, il quale gli aveva detto che Dio avrebbe provveduto l’olocausto. A un certo punto, però, Abrahamo prese il coltello per ucciderlo e quando stava per vibrare il colpo, l’Angelo dell’Eterno fermò la sua mano. Aveva superato tutte le emozioni, tutti i pensieri che lo avevano assalito, e decise di non rifiutare il sacrificio di Isacco, perché aveva timor di Dio. Quell’offerta diede all’Eterno il diritto legale di dare Suo Figlio a noi.

È scritto che a quel punto Abrahamo alzò gli occhi e dietro di sé vide un montone impigliato in un cespuglio. Che strano! Alzò gli occhi, guardò, e dietro di sé vide un montone?
Ma come poté vedere dietro di sé? In realtà Abrahamo ebbe una visione che gli mostrava l’Agnello di Dio, divenuto Montone nella maturità, che era stato immolato prima della fondazione del mondo. Praticamente vide una scena che era avvenuta nell’eternità. Il cespuglio in cui il montone era intrappolato era segno della caduta dell’uomo. Senza la caduta non si sarebbe reso necessario il sacrificio della croce, ma poiché la caduta c’è stata, per la redenzione dell’umanità si rese necessario l’ultimo sacrificio, quello del Montone.

Quando Gesù parlò a Nicodemo della Nuova Nascita, a un certo punto gli parlò di qualcosa che tutti gli Ebrei conoscevano, cioè del fatto che quando il popolo d’Israele era nel deserto e aveva iniziato a mormorare, serpenti ardenti mordevano le persone e le uccidevano. Allora Mosé, su comando del Signore, fece un serpente di bronzo, lo innalzò nel deserto e chiunque lo avesse guardato sarebbe guarito. Quel serpente era figura di Gesù, che sarebbe stato innalzato, sospeso tra la terra e il cielo.

Giovanni 3:14 E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, 15 affinché chiunque crede in lui non perisca ma abbia vita eterna. 16 Poiché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna.

Il sacrificio è la più alta forma di adorazione e Gesù adorò il Padre divenendo obbediente fino alla morte e alla morte della croce. Attraverso il Suo sacrificio sarebbe venuta la vita eterna.
L’unica risposta che noi possiamo dare a tanto amore è offrire noi stessi in sacrificio vivente, affinché il proposito di Dio si adempia pienamente nella nostra vita.